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La Turchia e il processo al pianista accusato di blasfemia

By   /   19 Ottobre 2012  /   Commenti disabilitati su La Turchia e il processo al pianista accusato di blasfemia

La Turchia è sempre al centro dell’attenzione non solo per la questione siriana, dove rimarca sempre più il suo ruolo di potenza regionale, ma anche per quanto avviene all’interno, sul fronte della sempre più discussa libertà di espressione. Ieri è iniziato il processo a Fazil Say, pianista turco di fama internazionale, finito alla sbarra per “insulto ai valori religiosi”, ovvero all’Islam. Rischia fino a 18 mesi di carcere. I giudici hanno respinto la richiesta di proscioglimento presentata dai suoi legali, aggiornando il processo al 18 febbraio.

Il quarantaduenne Say è stato denunciato per aver inviato, lo scorso aprile, tramite Twitter alcuni commenti in cui ironizzava su un richiamo alla preghiera islamica durato solo 22 secondi, dicendo che forse il muezzin lo aveva abbreviato per tornare dalla sua donna o ad una bottiglia di liquore. In un altro Tweet il pianista si chiedeva se il paradiso descritto da alcune interpretazioni più moderate del Corano, con fiumi di vino e vergini, fosse un bar o un bordello.

Il pubblico ministero ha così aperto un procedimento per insulto all’Islam, ritenendo i Tweet del musicista, noto per posizioni di ateismo militante, come “potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico”.

Durante il processo Say ha semplicemente dichiarato “respingo tutte le accuse”  e ha spiegato che non si trattava di messaggi spediti da lui, ma da altri, e postati sul suo profilo tramite il meccanismo di inoltro del re-tweet. Ha poi  affidato alla corte una memoria scritta nella quale afferma di non avere mai voluto offendere nessuno e che era vittima di “pressioni e minacce” da parte di chi vuole sovvertire la pace sociale.

In Turchia, l’apertura del processo ha provocato reazioni tra gli intellettuali e ha sollevato un’ondata di preoccupazione circa la libertà di espressione nel Paese. Centinaia di fan e attivisti dei diritti umani, racconta il sito web del quotidiano “Hurriyet” si sono riuniti dati appuntamento davanti al Centro delle Arti e della Cultura “Nazim Hikmet” per esprimere la loro solidarietà al pianista, con tanto di cartelli e slogan: “Fazil Say non sei solo” e “Arte libera, mondo libero”.

Say è noto non solo per i suoi grandi meriti artistici (ha tenuto concerti con la Filarmonica di New York, l’orchestra sinfonica di Berlino e diverse altre formazioni internazionali) ma anche per la suo opposizione al premieri turco Recep Tayyip Erdogan.

Il caso del musicista ha inoltre riaperto un forte dibattito nell’ambiente laico e liberal turco che parla di processo di “islamizzazione rampante” del Paese  che sarebbe posto in atto dal premier Erdogan, musulmano devoto.

Ma al centro dell’attenzione è soprattutto la libertà di espressione. Nel corso degli anni numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato numerose violazioni oltre l’incremento delle persecuzioni nei confronti dei giornalisti.

Nell’ottica dell’integrazione europea la questione della libertà di espressione è stata più volte messa al centro dei negoziati, come una delle condizioni essenziali. In una relazione sui progressi della Turchia verso l’adesione, pubblicata la scorsa settimana, l’Unione europea ha criticato la Turchia per “violazioni ricorrenti del diritto alla libertà e alla sicurezza e ad un giusto processo, nonché della libertà di espressione”. Le restrizioni alla libertà dei media e il numero crescente di procedimenti giudiziari nei confronti di scrittori e giornalisti sono rimasti “problemi seri”.

La storia della Turchia ha visto numerosi  suoi artisti e scrittori essere perseguitati. Come non ricordare il caso che riguarda il premio Nobel Orhan Pamuk, perseguito per i suoi commenti sullo sterminio degli armeni. La legge che configurava come un crimine l’insulto dell’identità turca è poi stata modificata ma sono ancora tante le problematiche. E che dire del giornalista di etnia armena Hrant Dink, che nel 2007 ha ricevuto minacce di morte a causa dei suoi commenti sulle uccisioni degli armeni da parte dei turchi nel 1915, è stato ucciso davanti al suo ufficio a Istanbul.

Quest’anno nel mese di febbraio, Nuray Mert, cronista del giornale Milliyet, è stata saccheggiata e il suo show televisivo cancellato per alcune critiche che aveva mosso. Nel mese di maggio, Ali Akel, un cronista conservatore del giornale filogovernativo Yeni Safak, è stato licenziato per aver osato scrivere un articolo di rara critica sulla gestione di Erdogan della questione curda.

La Turchia imprigiona ormai più giornalisti di qualsiasi altro paese del mondo, quasi 100 giornalisti sono dietro le sbarre, secondo l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.

Recentemente il premier Erdogan, rivolgendosi al congresso dell’ AKP, il partito islamico-radicale che ha dominato la Turchia per un decennio, ha detto che il suo partito politico è diventato il modello da seguire per i Paesi musulmani. Ma per diventare un modello regionale bisogna essere inanzittutto un modello per i propri cittadini. D’altronde, pretendere di divenire un esempio  sostenendo di aver “concentrato il proprio cambiamento in materia di diritti fondamentali e di libertà” quando il numero di giornalisti in carcere aumenta ogni anno e quando artisti come il pianista sono attualmente sotto processo, appare azzardato e soprattutto poco credibile.

di Elisa Cassinelli

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