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A caccia di ied lungo la Highway one con i ragazzi della Compagnia Genio di Shindand

By   /   22 agosto 2012  /   10 Comments

Il capitano guarda negli occhi i ragazzi della sua compagnia. Non c’è bisogno di molte parole. Lui al centro e loro stretti attorno in cerchio. L’ennesimo warning. Come ce ne sono ogni giorno in Afghanistan. La colonna dei mezzi è pronta ad uscire dalla base. I militari conoscono già le coordinate del luogo in cui dovrebbe trovarsi lo ied. Si va a caccia di uno di quei temibili ordigni improvvisati che gli insurgents posizionano lungo le strade perché esplodano al passaggio dei convogli. L’orologio segna le 14.30 di un caldissimo pomeriggio di agosto, a Shindand. Il capitano Tommaso Russo, alla guida della compagnia dell’11° reggimento genio guastatori di Foggia, con quella sua voce roca e decisa e con quel suo accento che ti suggerisce le sue origini siciliane, indica l’ordine di uscita dei mezzi e fornisce le ultime indicazioni ai suoi uomini. Un cougar, tre maxxpro, cinque lince sfilano via lenti tra nuvole di polvere insolente e dispettosa. Ci lasciamo alle spalle l’ingresso di fob La Marmora. Direzione Highway one, l’unica strada degna di questo nome in Afghanistan. L’unica arteria asfaltata che si insinua silenziosa tra villaggi, lande desolate, centri abitati e valli desertiche.

Dall’interno del maxxpro, questo gigante buono completamente blindato che ci dovrà proteggere da eventuali insidie e da possibili esplosioni, riesco a rubare con lo sguardo qualche scorcio di panorama. I colori, sempre gli stessi: marrone, ocra, cipria intervallati dal celeste cangiante del cielo che sembra ancora fresco di pittura. Il mezzo è arroventato dal caldo. La tentazione è quella di liberarmi del giubbetto anti proiettile e dell’elmetto ma, per motivi di sicurezza, so che dovrò tenerlo indosso per tutto il giorno. Sui volti dei ragazzi che sono sul maxxpro con me leggo la concentrazione. Sanno cosa stanno cercando. Ma non sanno se e dove troveranno quel maledetto ordigno improvvisato.

“Teschio uno a teschio due” ripete il capitano Russo nella sua radio per mantenere i contatti con gli altri  mezzi del convoglio. Un nome in codice che ha un non so che di sinistro ma che ho tutta l’impressione serva ad esorcizzare le paure. Perché i ragazzi del genio rischiano costantemente le loro vite nella sfida quotidiana agli ied. “Svolgiamo in media 3 o 4 interventi a settimana – mi racconta il capitano Russo – Ciò non esclude che se ci sono dei warning o delle particolari necessità si esca anche più volte. Noi contribuiamo a garantire la libertà di movimento delle truppe a terra grazie all’ assetto di ricognizione, l’advanced combact recognition team, ai cinofili, ai team eod e ied che si occupano della bonifica degli ordigni. Inoltre ci occupiamo di mantenere e integrare la sicurezza della base, compiamo attività di ricognizione per verificare la mobilità tattica delle truppe sul terreno e svolgiamo attività in partnership con le forze di sicurezza afgane”.

Siamo in viaggio da un po’ ma ho perso la cognizione del tempo. Non saprei dire da quanto. Forse da un paio d’ore. Lo deduco dal cielo che si sta tingendo dei colori tenui del pomeriggio inoltrato che lascerà il posto alla sera. Il capitano non distoglie lo sguardo dalla strada ed è in costante contatto radio con il resto della colonna. Ad un certo momento avverto un attimo di tensione tra i militari. C’è una moto con a bordo un vecchio e due bambini che si dirige verso di noi a forte velocità. Sento le grida dei militari che gli intimano l’alt e che lo invitano a cambiare direzione. Nei giorni precedenti un warning li aveva messi in guardia da una moto. Perché in Afghanistan la morte si annida dovunque, lungo i margini delle strade, sotto le zolle di terra appena smossa ma può avere anche le sembianze di un uomo, di una moto o di un’auto imbottiti di esplosivo. Alla fine l’anziano desiste e tiriamo un sospiro di sollievo.

Proseguiamo lungo la Highway One. Cerchiamo refrigerio in una bottiglietta d’acqua ma il caldo non ci molla per un attimo. Poi il convoglio si ferma. È questo il punto. Lo ied dovrebbe nascondersi in un culvert, un cavale di scolo dell’acqua che scorre al di sotto del manto stradale. Dai mezzi scendono i ragazzi dell’advanced combact recognition team e i cinofili con i loro cani. Il capitano li raggiunge. Entrano in azione anche i militari con i dispositivi jammer a spalla per impedire eventuali attivazioni di ied a distanza. C’è un silenzio irreale. Si sta quasi con il fiato sospeso. Da una certa distanza di sicurezza, dall’interno del mezzo seguiamo con attenzione i movimenti dei militari attorno al culvert. Vedo i cani antiesplosivo introdursi sicuri nel cunicolo alla ricerca dell’ipotetico ordigno. Sbucano fuori dopo aver svolto diligentemente il loro lavoro. Nel canale non c’è nulla. Il capitano ripete in radio “clear”. Pulito. Era un falso allarme. Possiamo ripartire.

Proseguiamo il cammino sulla Highway One. La colonna scivola via lenta. Distese di sabbia e pietre dell’Afghanistan ci scorrono a fianco. Proseguiamo per un’altra mezz’ora fin quando il capitano decide che è ora di invertire la marcia e tornare verso la base prima che faccia buio. Procediamo a ritroso percorrendo il medesimo tragitto fatto all’andata. Poi giunge una comunicazione: i militari che ci precedono in testa alla colonna hanno notato strani movimenti da parte di alcuni uomini a bordo di una macchina scura. Capisco dalla tensione dei volti che c’è qualcosa che non va. Una toyota verde scuro ci sfreccia a fianco a forte velocità. Il capitano Russo decide che non si può procedere fin quando non verrà verificato nuovamente che la zona che era stata precedentemente controllata sia ancora pulita. Di nuovo protagonisti i ragazzi dell’ACRT, i cinofili con i cani e i militari con il jammer.

“Indietreggiate subito di 100 metri”. L’ordine è perentorio. Quanto basta per farmi intuire che stavolta c’è davvero qualcosa che non va. Torniamo indietro e con noi si spostano anche i mezzi che ci seguivano. L’ordigno c’è. Una tanica di metallo piena di esplosivo all’interno del culvert. Proprio nello stesso punto dove appena un’ora prima non c’era nulla. Evidentemente gli insurgents hanno seguito i nostri movimenti. Hanno capito che al ritorno saremmo passati di lì. Il loro obiettivo: fare in modo che qualcuno di noi non rientrasse a fob La Marmora quella sera. Ma non avevano fatto i conti con la professionalità e la preparazione dei militari dell’ 11° reggimento genio.

Sono circa le 18.10. Il giorno volge al tramonto. Il capitano si avvia verso il punto dove è stato rinvenuto l’ordigno. Decido di scendere anch’io dal mezzo per seguire, a distanza di sicurezza, le operazioni di bonifica. Mi accompagna il 1° caporal maggiore Giovanni Dolce. È lui la mia scorta e non mi molla un attimo. Mi segue imbracciando il suo fucile. Un angelo custode messo alle mie costole per evitare che io metta i piedi dove non dovrei. Seppur nella tensione del momento mi ritrovo ad ammirare rapita la struggente bellezza del tramonto afgano sulla Higway one. In mezzo al nulla. In un angolo di mondo dimenticato da Dio. Il cielo ormai ha assunto un colore che contempla tutte le declinazioni del rosa e dell’arancio. Il sole sta per spegnersi dietro l’orizzonte di sabbia e di sassi.

Lungo la strada sopraggiunge un pullman con a bordo decine di afgani. I militari italiani lo fermano. La gente scende e spiegano loro del ritrovamento dell’ordigno. Di lì non si potrà passare finchè la strada non sarà stata bonificata. Una stretta di mano tra gli afgani e i militari italiani suggella il momento nel quale anche loro comprendono la serietà e la pericolosità della situazione. Alcuni si siedono sull’asfalto, altri rimangono in piedi. Anche loro attendono assieme a noi. Il vento mi scompiglia il velo e i capelli. L’atmosfera mi sembra quasi surreale. Mi sembra di vivere sospesa fuori dallo spazio e dal tempo. Cammino a piedi lungo la Highway one verso il luogo del ritrovamento con Giovanni che mi segue come un’ombra.

“Abbiamo trovato un ordigno fabbricato con 20 chili di esplosivo – mi conferma il capitano – Ora provvederemo a farlo brillare e poi potremmo riprendere il viaggio verso la base”. Gli chiedo se ha paura e mi risponde “tendenzialmente no”. “La percentuale che possa andare male è bassa perché analizziamo sempre la situazione e cerchiamo di attuare le procedure più idonee – racconta – I livelli di sicurezza sono altissimi e un minimo rischio lo accettiamo. Mi sento molto più responsabile per ognuno dei miei ragazzi che per me stesso”.

Vedo i militari lavorare vicino all’ordigno con tranquillità e fermezza. Mi chiedo quanto stia battendo forte il loro cuore in questo momento. Perché non ci si deve vergognare a provare paura. È dalla paura che nasce il coraggio. È arrivato il momento del brillamento. Per sicurezza saliamo a bordo dei mezzi. Nella luce tenue della sera, quando ormai il sole è scomparso all’orizzonte, un boato. La terra che si gonfia, un enorme sbuffo di sabbia e di fumo. Percepiamo l’onda d’urto. Quanto basta a scuoterci l’anima. Il conduttore del mezzo, il 1° caporal maggiore Giacomo Madonia, un ragazzo simpaticissimo e sempre sorridente, si premura di informarsi se va tutto bene. D’altronde è il mio primo ied. Con quel tonfo assordante nelle orecchie riprendiamo la strada per fob La Marmora. Alle spalle ci lasciamo il cratere di terra causato dall’esplosione.

Nel tragitto verso la base c’è uno strano silenzio. Penso a tutto quello che ci è accaduto oggi. Penso che il nostro era il primo mezzo che sarebbe transitato su quell’ordigno se non avessimo ricontrollato l’area. Penso che avremmo potuto essere noi quelli a saltare su quei 20 chili di esplosivo. Penso che non era destino. La sera ha ormai lasciato spazio alla notte. Il cielo è buio. Si affacciano pian piano timide e riservate le prime stelle. In ralla il caporal maggiore Gerardo Gradilone, che per tutto il giorno ha vegliato su di noi dall’alto della sua postazione, indossa i visori notturni. Perché, se è vero che siamo scampati ad un attentato non vuol dire che nei pochi chilometri che ci separano dalla base non possano nascondersi altre minacce. “Ragazzi ricordatevi che la missione è finita solo quando siamo rientrati tutti in base” li ammonisce, come un fratello maggiore, il capitano. Per stavolta è andata bene. Tutti in base, sani e salvi.

di Ebe Pierini

 

 

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  • Scopija

    ma dov’è il meccanico combat?

  • Flavioanfi

    FInalmente siamo tornati tutti raga:-)

  • Daniele

    Fratello mio ritorna presto a casa e con te fai tornare anche gli altri……Dà

  • Daniele

    Fratello mio ritorna presto a casa e con te fai tornare anche gli altri……Dà

  • Umberto Tenace

    Complimenti vivissimi a tutti!!!!

  • Cosentino Antonio

    complimenti…siete veramente grandi!

  • giuseppe de domenico

    ciao ragazzi… tra voi uc’è una peersona speciale, un affettuoso saluto al mio carissimo cugino…ti aspetto a braccia aperte , a presto :)

  • Antonio Di Re

    Li con voi in quella colonna c’è anche mio fratello il mio orgoglio, la sua dedizione e il suo attaccamento sono vanto per me che condivido le sue stelle sotto un altra amministrazione
    Antonino Di Re

  • Anto cotardo

    Grandi ragazzi :-) stringete i denti un altro po :-)

  • Paponem

    Grandi :)
    Sempre e forza 11° GENIO :p

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