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In pattuglia sulla Highway one con militari italiani e poliziotti afgani

By   /   16 agosto 2012  /   3 Comments

Il convoglio di lince si avvia sollevando una scia di polvere chiara e fastidiosa verso l’uscita di fob La Marmora. Sono le dieci del mattino. È agosto. La temperatura sfiora i 40 gradi. Nel caldo di questa torrida estate afgana i colori sembrano ancora più sfumati e tenui. La sabbia ancora più bianca.  Sfiliamo via fuori dalla base di Shindand, sede della task force center del Regional Command West, il comando a guida italiana in Afghanistan, in ordine meticoloso, ondeggiando per le asperità del terreno. I giubetti antiproiettile e gli elmetti indosso. Le cinture di sicurezza dei Lince ben strette e quel caldo che ti si appiccica addosso come la polvere che ricopre ogni cosa.

Si esce per una pattuglia congiunta con l’Afghan Traffic Police, la polizia stradale afgana, lungo la Highway one, l’unica arteria stradale asfaltata in Afghanistan, la più importante via di comunicazione del Paese. Qualche chilometro percorso tra i villaggi che sorgono nei pressi di Shindand e allo sguardo si svela l’Afghanistan che ti aspetti. Puoi osservarlo attraverso la grata metallica posta a protezione del finestrino del lince. Un mondo che ti appare ripartito in quadratini. Piccole porzioni di colore, spicchi di volti, angoli di cielo. Fuori una distesa di terra e di pietre sulle quali si rincorrono bambini che giocano. Il vento, che in questo periodo dell’anno è particolarmente forte e insistente, sospinge un vecchio e ne gonfia il lungo abito di cotone chiaro. Ai lati della strada un bazar dove, a fianco alla bottega di un meccanico, si vende persino la Coca Cola. In un angolo un mucchio di copertoni per auto scuri come la pece sui quali è seduto un bambino vestito di turchese che sembra un angelo caduto dal cielo in un inferno di sabbia e sassi.

Tre uomini bardati di tutto punto attraversano la strada. Il capo pattuglia ordina di attivare il dispositivo jammer che permettere di neutralizzare eventuali ordigni radiocomandati. Perché in Afghanistan non bisogna mai abbassare la guardia e il pericolo è ovunque, anche nelle situazioni più scontate e apparentemente inoffensive. I poliziotti afgani si arrestano per un posto di blocco e anche il nostro convoglio si accoda. Si scende dai mezzi. L’Afghan Traffic Police e i soldati italiani effettuano controlli sui mezzi civili che transitano sulla Highway one, pattugliano l’area. I bambini del villaggio ci corrono incontro. Sorridono, ci parlano in una lingua che non comprendiamo, si mettono in posa abbracciandosi gli uni agli altri se gli chiedi di scattare loro una foto. E siccome la lingua dei gesti è universale, mimando con le mani, ti fanno capire che non vogliono cibo ma quaderni e penne. In qualsiasi altro posto del mondo i bambini avrebbero chiesto caramelle. Qui chiedono carta e penna per scrivere.

Si risale a bordo dei lince e si riparte per il pattugliamento. Superiamo l’abitato di Aziz Abad. Il nostro mezzo si ferma. Ai bordi della strada i militari hanno notato della terra smossa rispetto ai giorni precedenti. Un elemento che al loro occhio attento non passa inosservato. Le insidie si nascondo ovunque. Sotto una montagnola di sabbia irregolare potrebbe annidarsi uno ied, un ordigno improvvisato. I soldati scattano alcune foto con una macchinetta digitale e tornano a bordo dei lince. Le immagini saranno poi passate al setaccio una volta tornati in base.

Si riprende la marcia lungo la Highway one. Ennesimo posto di blocco in corrispondenza di un antico fortino di pietra i cui contorni sono stati addolciti dal vento e dove la leggenda narra vivesse una principessa promessa sposa del principe di un castello vicino. Lungo l’arteria scorrono a gran velocità camion coloratissimi dipinti con fantasie floreali che ricordano quasi i carretti siciliani. Sfrecciano moto a bordo delle quali viaggiano più passeggeri ammassati e, a volte, per evitare il posto di blocco, si avventurano lungo vie sterrate e scoscese. È l’ultima tappa della pattuglia pianificata. I militari italiani salutano i colleghi dell’Afghan Traffic Police e la colonna dei lince si avvia verso la fob di Shindand.

Abbiamo percorso oltre 40 km in circa 3 ore di pattuglia. Quando intravediamo l’ingresso di fob La Marmora i volti dei ragazzi che sono a bordo del mio lince si distendono. La tensione si scioglie. Si rientra in base. Sani e salvi.

Hanno tutti quella innata simpatia dei ragazzi del sud i tre militari dell’82° reggimento “Torino” di Barletta che sono a bordo del mio mezzo. Il comandante di squadra, Daniele, 32 anni, è originario di Brindisi ed è alla sua terza missione dopo due esperienze in Kosovo. Alla guida del lince c’è Antonio, 25 anni, il più giovane del team, alla sua prima missione. Prima missione anche per Cristian, 28 anni, di Brindisi, che è stato il nostro angelo custode, lassù in ralla.

Si parla dell’Italia, di casa, degli affetti che sono lontani. Ti raccontano con orgoglio del lavoro che fanno ogni giorno, delle pattuglie con i lince, delle difficoltà di una vita in missione. Sono consapevoli dei rischi che corrono ma il loro primo pensiero è evitare che le loro famiglie si preoccupino e quando chiamano a casa parlano del caldo, della sabbia, di quanto è infinitamente blu il cielo e di quanto sono immensamente brillanti le stelle dell’Afghanistan ma non parlano delle loro paure, del cuore che batte forte quando lungo la strada accade qualcosa di strano o lungo il percorso si nota qualcosa di anomalo.

Daniele con la sua esperienza ti trasmette sicurezza. È il giorno del suo compleanno e ce lo dice solo quando ormai siamo rientrati in base. “Tanto sono abituato a festeggiare il mio compleanno al lavoro” racconta con un sorriso e senza nessun rammarico. Gli facciamo gli auguri consapevoli del fatto che in Afghanistan non ci sono candeline da spegnere e quel giorno scorrerà via veloce come tutti gli altri giorni trascorsi in questa terra aspra e lontana.

Antonio non distoglie un attimo lo sguardo dalla strada. Così giovane ma attento. È uno di poche parole ma capisci che sta vivendo con intensità questa sua prima missione all’estero.

Cristian guarda l’Afghanistan dall’alto della sua ralla. Non può permettersi distrazioni. Qui la distrazione è un lusso che può costare la vita. E lui sente sulle sue spalle la responsabilità dei suoi compagni.

Arrivati a destinazione sgancio la cintura di sicurezza del lince e l’occhio mi cade su un rosario d’argento legato con un filo di cotone bianco vicino alla postazione del rallista. E quasi mi commuove quel piccolo gesto di fede. Perché chi ama così tanto la vita e rischia ogni giorno la morte in questo Paese si affida al destino e anche un po’ a Dio.

di Ebe Pierini

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  • Direantonio

    Li con voi in quella colonna c’è anche mio fratello il mio orgoglio, la sua dedizione e il suo attaccamento sono vanto per me che condivido le sue stelle sotto un altra amministrazione
    Antonino Di Re

  • Ebe Pierini

    Grazie tante Giuseppe. Mi fa piacere tu abbia apprezzato. Mi auguro che tu abbia modo di leggere anche i prossimi articoli che pubblicherò sempre sull’Afghanistan. Buona lettura!!!

  • Giuseppe

    bellissimo articolo!!!!!

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