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May , 2013
Saturday
 

In Kuwait un Tweet può costare una dura condanna. E’ quanto successo a Hamad al-Naqi, un esponente della minoranza musulmana sciita che il 5 giugno 2012 è stato condannato a 10 anni di carcere e lavori forzati per aver postato su Twitter commenti giudicati offensivi nei confronti delle autorità dell’Arabia Saudita e del Bahrein e dell’Islam.

Arrestato il 27 marzo, Al-Naqi continua a sostenere che il suo account su Twitter è stato attaccato e che non è stato lui l’autore di quei testi. Il giorno in cui al-Naqi è stato condannato- riporta Amnesty International- l’emiro del Kuwait aveva respinto un emendamento al codice penale secondo il quale “insultare Dio, i suoi profeti e i suoi messaggeri” avrebbe automaticamente comportato una condanna a morte. L’emendamento però, può ancora diventare legge, superando l’eventuale veto dell’emiro, se approvato da due terzi dei parlamentari.

L’APPELLO ALLE AUTORITA’ DEL KUWAIT- Hanno lanciato un appello in suo favore Human Rights Watch e Amnesty International che ne richiedono l’immediato rilascio. Secondo Human Rights Watch la motivazione della sentenza è politica. “La magistratura del Kuwait ha violato gli standard internazionali in modo evidente, punendo al-Naqi per aver criticato i paesi vicini”, ha dichiarato in una conferenza stampa Joe Stork, vice direttore della sezione Medio Oriente di Human Rights Watch.”La sentenza ha il chiaro intento di terrorizzare i kuwaitiani spingendoli a non esprimere la loro opinione politica”.

Human Rights Watch condanna il Kuwait, in quanto stato firmatario della Convenzione Interazionale sui diritti civili e politici, e invita il governo a rivedere l’articolo 15 della Legge Nazionale sulla Sicurezza dello Stato che prevede un minimo di tre anni di carcere per “la diffusione intenzionale di notizie, video, commenti che mettono a rischio la sicurezza nazionale”.

ALTRI CASI- Altri cittadini kuwaitiani sono stati o sono sotto processo per aver espresso le proprie opinioni sui blog e su Twitter. Nasser Abul, attivista online, è stato arrestato il 7 giugno 2011 con l’accusa di aver violato “la sicurezza nazionale”,“danneggiato gli interessi del paese” e “compromesso le relazioni politiche tra paesi amici”, a causa di alcuni messaggi postati su Twitter. Il 24 settembre, è stato giudicato colpevole di aver pubblicato commenti offensivi sulla comunità musulmana sunnita e condannato a tre mesi di reclusione; è stato tuttavia subito rilasciato in considerazione del tempo già scontato in carcere. È stato poi prosciolto dall’accusa di aver offeso le famiglie regnanti del Bahrain e dell’Arabia Saudita.

di Elisa Cassinelli

(giugno - 9 - 2012)

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