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Cina. Intervista televisiva al condannato a morte

By   /   13 Marzo 2012  /   Commenti disabilitati su Cina. Intervista televisiva al condannato a morte

Altro che Grande Fratello, Isola dei Famosi, reality show e programmi televisivi di pacchi, buste e bustarelle importati dall’America o violenti cartoni animati Giapponesi. La vera novità, l’ultima frontiera televisiva arriva dalla nuova Cina: “Interviews Before Execution”, l’ultima intervista al condannato a morte prima dell’esecuzione.

Circa 40 dei 100 milioni di abitanti della provincia di Henan (Cina centrale), ogni sabato sera si incollano al televisore per guardare il programma, a dire poco unico e anche terribile, che dal 2006 è tra i primi 10 più visti. L’intervista è condotta dalla giornalista televisiva Ding Yu che, per la sua popolarità è stata soprannominata “la Bella e la Bestia”.

Ogni lunedì mattina, Ding Yu si reca in tribunale per trovare il caso di un condannato a morte la cui condanna verrà eseguita entro la settimana. Finora ha presentato oltre 200 casi e, intervistata a sua volta, ha riferito di non essere dispiaciuta né di avere rimorsi per i condannati a morte. “Non mi lascio coinvolgere, non ho compassione per loro perché è giusto che paghino le conseguenze per quello che hanno fatto”. In pratica, Yu svolge semplicemente con professionalità il suo lavoro di giornalista.

Per noi occidentali questo programma appare, almeno per il momento, incomprensibile e magari volto per lo più a speculare sulle tragedie umane, ma non la pensa così la conduttrice: “Chiedere ad un condannato a morte di farsi intervistare prima dell’esecuzione può sembrare crudele, ma, al contrario, loro vogliono essere ascoltati”. “Alcuni criminali”, ha aggiunto, “mi hanno ringraziato perché avevano molte cose nel loro cuore e in prigione non c’era nessuno che avesse voglia di ascoltarli, mentre erano desiderosi di parlare del passato”.

Il programma è stato mandato in onda per la prima volta il 18 novembre 2006, sul canale “Henan Legal Channel, e da allora ogni settimana c’è un’intervista, sempre autorizzata dal tribunale di Henan. Lo scopo del programma, a detta degli organizzatori, è di trovare qualche caso che possa servire da monito per gli altri. Lo slogan di ogni puntata, infatti, è diretto a “comprendere il valore della vita”.

La legge Cinese prevede 55 casi di pena di morte (omicidio, tradimento, ribellione armata, corruzione, contrabbando, ecc). Ultimamente però 13 crimini, compresa l’evasione fiscale, il furto di reliquie e la frode fiscale, sono stati depenalizzati e tolti dall’elenco dei reati per cui è prevista la pena di morte.

Interviews Before Executiontratta solo casi di omicidi violenti. Non sono mai stati intervistati prigionieri politici o presentati casi controversi. La maggior parte riguardano omicidi per questione di soldi. Tra questi, quello che ha particolarmente colpito la giornalista Yu è relativo a due fidanzati che avevano programmato di derubare i nonni, ma qualcosa andò storto e alla fine il giovane,  Zhang Peng, di 27 anni, li ha uccisi.

Sono entrambi giovanissimi e non hanno avuto modo di conoscere il mondo, di godere della vita, di una carriera, del lavoro e dell’amore di una famiglia. Hanno fatto un errore ed ora pagano con il prezzo più alto, la loro vita”, questo è stato il suo commento.

Ma il caso con il più alto indice d’ascolto è stato quello del signor Bao Ronting, un omosessuale, che uccise sua madre. L’omosessualità è ancora un grande tabù in Cina e anche la giornalista Yu si è trovata a disagio davanti all’uomo, la cui prima domanda fu appunto se si sentisse imbarazzata e lei dovette ammetterlo. L’argomento incuriosì molti, tant’è che fecero altre 3 puntate sul caso Bao Ronting e lo seguirono fino al giorno dell’esecuzione, nel novembre 2008. Tra l’altro, Bao Ronting fu costretto a fare il giro della città in piedi su un camion con attorno al collo un cartello con su scritto il suo omicidio.

Quest’antica usanza è oggi vietata, ma la legge non sempre viene rispettata, anche se nella Cina moderna si cerca di essere meno repressivi. Come nel caso di Wu Yanyan, una giovane madre che ha finito di uccidere il marito che per anni la violentava. Inizialmente condannata a morte, con l’entrata in vigore nel 2007 che prevede la previa approvazione della Corte Suprema, quest’ultima ha tramutato la pena in carcere e probabilmente entro due anni uscirà, per buona condotta. La Corte ha infatti riconosciuto le violenze subite ed ha mitigato la pena.

Un grande passo avanti verso la democrazia, anche se, sotto l’aspetto dei diritti umani, la strada da fare per la Cina è ancora molto lunga.

di Vito Di Ventura

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