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La Marina non lascia indietro nessuno dei suoi uomini

By   /   9 March 2012  /   Comments Off

Sapere che se cadrai ci sarà qualcuno che ti porgerà la mano per aiutarti a rialzarti, che se ti perderai ci sarà qualcuno che tornerà sui suoi passi per venire a cercarti. Questo dà la forza di affrontare le sfide della vita. Massimiliano e Salvatore sono soli, chiusi in un carcere, in un paese lontano. Sono stati prima ingannati, poi umiliati. Innocenti ma assassini per partito preso. Perché così è stato imbeccato all’opinione pubblica indiana, per strani giochi politici ed elettorali. Eppure sanno che non saranno abbandonati a se stessi. Perché il loro sguardo fiero è entrato nelle case di tutti gli italiani. Perché il loro nome, il loro volto sono ormai quelli di un amico, di un fratello. Perché la loro storia è divenuta un po’ la storia di ognuno di noi. Perché sentiamo il dovere prima che il bisogno di dimostrare loro che non li lasceremo mai soli.

Il governo italiano si è mosso con lentezza, con una certa insopportabile sonnolenza. La credibilità del nostro Paese a livello internazionale è inversamente proporzionale al numero dei giorni che i due fucilieri del reggimento San Marco rimarranno in mano indiana. Sbraita senza troppa convinzione anche l’Unione Europea. L’Italia manda due avvocati dello Stato ma tanto l’India ha già deciso: si deve applicare la legge indiana. Ha solo rinviato il verdetto al 15 marzo. Un’altra delle solite pantomime alle quali ci ha abituati.  Ma sì, in fondo chi se ne frega del diritto internazionale, chi se ne frega del fatto che l’Enrica Lexie navigava in acque internazionali, chi se ne frega se il ministro Terzi e il premier Monti insistono con la storia che a giudicare i due marò deve essere un tribunale italiano.

Eppure Massimiliano e Salvatore sanno che la gente comune non li lascerà soli. Non li lasceranno soli i famigliari, gli amici, i colleghi, la Marina Militare. Sull’home page del sito istituzionale della Marina campeggia l’immagine del leone del reggimento San Marco avvolto da un nastro giallo. Una tradizione americana quella del yellow ribbon che simboleggia l’attesa del ritorno di una persona cara o di militari temporaneamente impossibilitati a tornare a casa. Eppure le origini andrebbero ricercate all’epoca di Nerone. Nella villa, forse appartenente proprio alla moglie dell’imperatore, sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo e poi riportata alla luce è stato rinvenuto un affresco che raffigura un uomo in piedi a fianco ad un albero cinto da un nastro giallo simbolo dell’attesa del ritorno di un amore. Negli Stati Uniti, nel 1917 George Norton al nastro giallo dedicò addirittura la canzone “Round her neck she wears a yeller ribbon for her lover who Is far, far away”. E nel 1979, durante la crisi degli ostaggi in Iran, il nastro giallo fu utilizzato come simbolo di sostegno per gli ostaggi trattenuti nell’ambasciata USA a Tehran. Un simbolo, quello del yellow ribbon che venne riscoperto durante la guerra del Golfo nei primi anni 1990 e durante l’invasione dell’Iraq del 2003.

Nastri gialli per Massimiliano e Salvatore. Da indossare con orgoglio, da mostrare con convinzione. L’ho appuntato sulla maglia. Un piccolo nastro di raso giallo. Per dimostrare da che parte sto. Perché sarà pur solo un gesto ma tanti piccoli gesti consentono ad un pensiero, ad un’ideale, ad un principio di farsi strada, di camminare con le proprie gambe, di diventare un flusso continuo e impetuoso che scuote le coscienze e, se anche non cambia il corso delle cose, rafforza il senso di appartenenza, di unione, di solidarietà. Perché ognuno di coloro che indossano il nastro giallo si sente un po’ Massimiliano, un po’ Salvatore.

E proprio per fare sentire la vicinanza di tutti i marinai ma anche e soprattutto di ogni italiano ai due fucilieri detenuti in India la Marina Militare ha lanciato anche un’altra iniziativa. È possibile inviare un messaggio via e – mail ai due marò del reggimento San Marco all’indirizzo inostrifucilieri@gmail.com. Verranno poi raccolti e consegnati a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone al loro rientro in Italia. In due giorni la Marina è stata sommersa di messaggi. Ne sono giunti migliaia da ogni parte d’Italia ma anche dall’estero.

Dimostrazione che, seppur nella drammaticità della vicenda, seppur nella complessità della situazione, la storia dei due marò ha contribuito a risvegliare un senso di appartenenza. Ad un Paese, ad una bandiera. Oggi ci sentiamo tutti un po’ marinai. E, assieme alla Marina, come la Marina, non intendiamo lasciare indietro nessun soldato, nessun italiano.  

di Ebe Pierini

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