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Whitney Houston. L’usignolo dalle ali spezzate

By   /   12 Febbraio 2012  /   Commenti disabilitati su Whitney Houston. L’usignolo dalle ali spezzate

A soli 48 anni, in  questo gelido inverno spazzato dalla neve, muore Whitney Houston, l’usignolo dalle ali spezzate. È morta alla vigilia di una esibizione ai Grammy Awards che si terranno proprio oggi, dove Whitney avrebbe cantato ancora una volta con la sua voce che, ormai, era solo un’eco lontana di quel suono meraviglioso e potente che le aveva fatto inchinare il mondo della musica ai piedi e che l’aveva consacrata, al di sopra di ogni sospetto, la regina della musica black.

Già, perché lei ha avuto tutto quello che un performer possa mai sognare: un talento puro, un’espressività senza pari e l’immagine incantevole di una gazzella di rara bellezza. Figlia di una cantante gospel, Cissy, Whitney era cugina di un altro mito della black music, Dionne Warwick,  figlioccia di Aretha Fraklin. Con un simile patrimonio nelle mani, la sua carriera inizia prestissimo a soli nove anni e da subito si impone ai primi posti delle classifiche del mondo. 190 milioni di dischi venduti, ben sette pezzi entrati nella storia dei brani più ascoltati in assoluto, Whitney è stata modello assoluto di perfezione interpretativa per generazioni di cantanti come Cristina Aguilera, Maria Carey fino ad arrivare a Beyonce.

Poi, a rendere ancora più sfolgorante la sua fama, nel 1992 per lei si aprono le porte di Hollywood. In The bodyguard Whitney è una cantante minacciata che si rivolge, appunto, ad un bodyguard, Kevin Costner. È la conferma che Whitney trasforma in oro tutto ciò che tocca. Ed infatti la colonna sonora diventa in brevissimo tempo la più ascoltata al mondo con più di 40 milioni di copie vendute. Quando approda in Italia durante il Festival di Sanremo del 1986 Whitney incanta un pubblico in religioso silenzio con la sua All at onceed alla fine del pezzo, quando lei prosegue a cantare a cappella ben oltre la fine della base musicale,  l’Ariston le tributò uno degli applausi più protratti della sua storia. Eppure l’unica cosa che questa regina indiscussa della black music non è riuscita a trasformare in oro è stata la sua vita privata.

Nel 1989, a 26 anni, Whitney corona il suo sogno d’amore sposando un cantante di colore conosciuto ad una rassegna. Il suo nome è Bobby Brown. La famiglia di Whitney, con il padre John in testa, si oppone fino all’ultimo: Bobby ha precedenti di ogni tipo, dall’alcool, alle molestie sessuali, agli stupefacenti. Whitney però non vuole sentire ragioni e, nonostante il marito abbia già tre figli con tre donne diverse e rapporti assai turbolenti con tutte, la coppia avrà una bambina nel 1993. Sarà un matrimonio segnato da liti furibonde, percosse immortalate da foto impietose che inondano i giornali di tutto il mondo. Il viso un tempo incantevole della bellissima interprete si trasforma in una maschera livida, a volte gonfia e deforme, altre scheletrica ed inespressiva. Whitney è in una spirale da cui non uscirà più.

Droghe ed una depressione persistente corroderanno pezzo a pezzo la sua carriera sfolgorante. Nei rari intervalli di disintossicazione, Whitney torna a cantare ma la sua voce è sfibrata, arrochita e le sue celebri evoluzioni vocali sembrano ormai il volo scomposto di un usignolo con le ali spezzate. All at once, Saving all my love, Greatest love of all, I’m every woman restano a ricordarci che, come diceva l’Orfismo, “   in ogni uomo c’è una scintilla di divino. Addio, grande Whitney, ora brilla come una stella.

di Donata Carelli

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