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La talpa. Se l’eleganza da sola non basta…

By   /   24 Gennaio 2012  /   Commenti disabilitati su La talpa. Se l’eleganza da sola non basta…

D’accordo, l’ultimo film dello svedese Tomas Alfredson è, al di sopra di ogni sospetto,  elegante, curatissimo negli interni, raffinata l’atmosfera. La fotografia avvolge lo spettatore sin dai primi fotogrammi con ambienti cupi, illuminati da una luce livida e razionata, quasi fosse più un noir che una spy story.  Inizialmente viene quasi da dire chapeau al regista che catapulta lo spettatore nella dimensione dell’algida contrapposizione scaturita dagli ultimi esiti della Guerra Fredda. Indubbiamente lodevole la prova attoriale del cast, in testa un Gary Oldman che ricorda tanto il Tony Servillo de “Le conseguenze dell’amore”, granitico nella mimica, monolitico nelle espressioni.

Troppo sfumato Colin Firth il cui ruolo non è sapientemente valorizzato. Dov’è il peccato originale di questa pellicola? Presto detto. Il film, il cui titolo originale è “Tinker Tailor Soldier Spy” –operaio, sarto, soldato e spia- è la  trasposizione di un celebre romanzo di John Le Carrè e la sensazione è che lo scrittore, che guarda caso compare anche come produttore esecutivo, abbia eseguito un controllo assoluto sulla pellicola, imponendo la fedeltà assoluta alla pagina scritta. A questo punto è d’obbligo la citazione del grande sceneggiatore Ugo Pirro – già autore della sceneggiatura del film Premio Oscar “Il giardino dei Finzi Contini”, tratto dal celebre romanzo di Giorgio Bassani– il quale, alla domanda “Maestro, come ci si regola davanti alla trasposizione di un grande romanzo sul grande schermo?” Senza esitazione rispondeva “Leggilo due volte e dimenticalo”. Quella che, ad un profano, potrebbe sembrare la superbia della celluloide, è invece la ricetta collaudata di chi sa bene che carta e grande schermo hanno regole diverse. E così, minuto dopo minuto, il film di Alfredson si adagia, aumentano le smagliature in un fluire che non ha ritmo, si avvolge attorno a se stesso, infinitamente frazionato dai troppi flashback, schiacciato da un non-finale abbondantemente annunciato e pertanto privo di mordente. All’uscita dalla sala, sguardi persi, delusi dal cast stellare che prometteva faville. La trama, già di per sé, complessa rimane ostica ai più e qualcuno azzarda timidamente “Io a un certo punto mi sono un po’ perso…”. Forse meglio leggere il romanzo di Le Carrè.

di Donata Carelli

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