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In diretta dal Festival del Cinema di Roma. Scamarcio vs Rubini

By   /   31 October 2011  /   Comments Off

 

Rubini vs Scamarcio. Bis di pugliesi.

A dispetto di chi sorrideva pensando ad un duetto “gigioneggiante” tra star del grande schermo, l’incontro-scontro tra i due protagonisti pugliesi è, al di sopra di ogni sospetto,  fresco, divertente e non banale. Merito senza dubbio della vis scoppiettante ed acuta di Sergio  Rubini che trova una buona  spalla nel bel tenebroso, sempre meno concentrato sul suo aspetto e più riflessivo e meno scontato, forse un tantino compiaciuto. Ma ne ha ben donde, a giudicare dal calore del pubblico.

L’incontro, moderato da Mario Sesti,  rientra nei “duetti” proposti nella sezione Extra dell’Altro Cinema e viene preceduto dalla proiezione del cortometraggio “Sergio Rubini, un attore regista” (20’) di Gianluca Greco e dal mediometraggio “Io non sono io. Romeo, Giulietta e gli altri” (70’) di Paolo Santolini. Già dalle prime battute, i due strappano risate a scena aperta. Scamarcio sostiene di aver conosciuto Rubini la prima volta quando ancora lui era solo un ragazzino e l’altro invece già noto, “…eravamo  in via Sparano a Bari, alla Laterza….Ti ho stretto la mano…e tu hai detto..Ciao, eh!”. Ride Rubini come chi non ricorda assolutamente nulla e ribatte “È  il suo modo di farmi sentire il senso di colpa. Poi la verità è che le cose cambiano in un attimo. Oggi per esempio io vengo da Matera, lui invece da Los Angeles”. Risata generale.

 Gli spezzoni  che vengono  proiettati in sala ricostruiscono tappe fondamentali della carriera dei due. Si parte con quella di Rubini che ha il suo fortunato  inizio nel 1987 ne “L’intervista” di Federico Fellini, passando attraverso tante pellicole come la riuscitissima “Terra” e l’assai meno convincente “Colpo d’occhio”, film intellettualista ed astratto. Rubini parla del “modo italiano” di recitare, più immediato, meno mediato, meno impostato  di quello americano così tecnico e  studiato. Il suo riferimento è più la recitazione come la intendeva Eduardo, quando l’attore può piangere o simulare la sua mestizia anche di spalle, scuotendo il capo. Dello stesso avviso è Scamarcio, che cita  Carmelo Bene  per quella prestazione che sa di “…catarsi, di medium di un qualcosa di magico”. E via con gli aneddoti. Rubini sorride nell’ammettere che non è uno che studia troppo i copioni. Parte della colpa va senz’altro all’emulazione di Gérard Depardieu che, notoriamente, si presenta sul set senza aver affatto letto alcunché. Fu così  quella volta che Rubini e Deapardieu si trovano insieme sul set di “Montecristo” e Depardieu lo trascina in scena senza che entrambi sappiano la parte. Rubini insiste ricordando che, ancora ragazzo, dovendo interpretare la parte di un barbone, preferisce non studiare e si limita a seppellire gli abiti scelti per il ruolo in una buca sottoterra. Quando anni dopo incontra sul set Bruno Ganz,  ne ammira la preparazione e si accorge che quello invece conosce il copione a memoria. Allora Rubini ne parla con l’analista riferendo  invece il suo personalissimo metodo dell’abito sepolto. L’analista, con poche e scarne parole, fa la sua diagnosi: “Credo debba imparare anche il metodo Ganz”. Il pubblico ride ed applaude.

 Anche Scamarcio parla del suo approccio alla recitazione e di come l’essere apparentemente “distratto” prima del ciak, lo aiuti invece ad ottenere una resa ottimale dell’interpretazione poi. Rubini se la ride sotto i baffi, continua a beccare Scamarcio sostenendo di farla finita e di confessare apertamente tutto ciò che l’attore non tollera nel Rubini-regista. Scamarcio ride divertito, ammette di essere stato spesso infantile sul set, volutamente deconcentrato e pensa a quella volta che aveva chiesto all’amico regista di girare una scena solo un paio di volte e quello gliela fa fare 19 volte obbligando lui e tutta la troupe ad ore di straordinario e via dicendo. Entrambi confessano il loro amore per la Puglia, specie Rubini che ormai per volontà sua o per facilità logistica, considera la sua regione un luogo da cui non si può prescindere. In conclusione, arriva lo scambio dovuto di complimenti: Scamarcio loda in Rubini la capacità unica nella direzione, nel dare significato ad ogni inquadratura ed a tirare fuori l’essenza dell’attore. Rubini  riconosce a Scamarcio il non combattere contro la sua “avvenenza” e non dover dimostrare forzatamente di essere “anche bravo”. Questo viene da sé, sottolinea il regista che dice anche, concludendo in modo brillante “Io sono ancora di quella generazione di pugliesi emigrati, che arrivava con la valigia di cartone. Riccardo invece…è partito già col trolley”. Applauso e ressa di autografi.  

di Donata Carelli

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