Una ragazza è stata condannata alla pena di dieci frustate dal tribunale di Jeddah, per aver sfidato il divieto di guidare un’auto previsto dalla dottrina ufficiale del Paese orientale.
La condanna, dieci frustate, è la pena che il tribunale di Jeddah, in Arabia Saudita ha deciso di infliggere a una donna “colpevole” di aver sfidato il divieto di guidare un’auto. La notizia è stata resa nota da Amnesty International con un comunicato stampa: “Le frustate sono una punizione crudele in qualsiasi circostanza ma ha dell’incredibile il fatto che le autorità saudite le abbiano ordinate per punire una donna per il solo fatto che abbia guidato un’auto”, ha detto Philip Luther, che per la “Ong” internazionale per la difesa dei diritti umani si occupa del Medio Oriente e dell’Africa del nord.
Secondo Amnesty, ci sono almeno altre due donne saudite che rischiano di ricevere la stessa punizione, sempre per “reati” legati all’uso delle auto. Un’altra è in attesa di giudizio ancora al tribunale di Jeddah, mentre la terza deve comparire davanti al giudice ad al-Khobar. Appena tre giorni fa, con un annuncio a sorpresa, la monarchia saudita aveva concesso alle donne il diritto di voto e la possibilità di essere elette nei consigli municipali, che saranno rinnovati fra quattro anni.
A “salvare” la ragazza dalla condanna è intervenuto il re saudita, che ha dato segno di un nuovo gesto di apertura verso le donne dopo la storica concessione dei diritti politici di tre giorni fa. Re Abdullah ha annullato la condanna a dieci frustate inflitta a Sheima. A dare comunicazione, della sospensione della pena, con un linguaggio al di fuori dell’ufficialità, è stata una donna della famiglia reale, pare sia stata la principessa Amira Tawil: “Grazie al cielo la flagellazione di Sheima è stata annullata. Grazie al nostro re beneamato. Sono sicura che tutte le donne saudite saranno felici. Se le donne saudite, rischiano la punizione per aver cercato di esercitare il loro diritto alla libertà di movimento, questo significa che le tanto reclamizzate riforme valgono veramente poco, la decisione presa dal re, mi rassicura su imminenti modifiche che vedranno coinvolte le donne arabe”.
Il divieto per le donne di guidare un’automobile è in vigore dal 1990 e si inserisce in una serie di dure limitazioni poste alla vita delle donne e ai loro diritti che fa di Riad uno dei paesi più rigidi con l’universo femminile: senza il permesso di un familiare maschio, non possono lavorare, viaggiare e neppure recarsi dal medico. La guida dell’auto è però diventata per le donne il simbolo delle loro rivendicazioni, che vedono l’uso dell’auto, come un vero segnale di crescita e di apertura verso chi contribuisce alla crescita economica ed educativa del paese.
Dopo le rivoluzioni degli ultimi mesi, che hanno visto coinvolti più paesi arabi, le donne saudite hanno lanciato una campagna “Women2Drive” attraverso la Rete e i social network per protestare contro il divieto. Non è la prima volta che accade. Già nel 1990 alcune decine di donne dell’alta borghesia saudita, docenti universitarie, professioniste, mogli di diplomatici e uomini d’affari, avevano sfidato il divieto, che fino allora era “solo” non scritto, consuetudinario. La risposta delle autorità fu molto dura: tutte le donne coinvolte nella protesta furono arrestate e processate. In molti casi dovettero rinunciare alla propria professione e furono private del passaporto. Inoltre, il ministero dell’Interno intervenne dal punto di vista legislativo, trasformando il divieto consuetudinario in una legge. La legge che vieta alle donne di guidare un’auto da sole è una delle manifestazioni più clamorose della durezza dell’interpretazione della legge religiosa in vigore in Arabia Saudita.
di Armida Tondo



