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May , 2013
Thursday
 

La cultura è una parte fondamentale nell’identità di un popolo e assume un valore ancora maggiore quando diventa strumento di conoscenza di una realtà o di una condizione. Attraverso i libri e la lettura si possono riscoprire alcuni aspetti di una storia che a volte rimane confusa. Se l’obiettivo dei media è riportare ciò che accade nel mondo, i libri, come la cultura in generale, hanno un compito ancora più importante: quello di raccontarci un’identità, un frammento di vita da un punto di vista differente.

Questo è un po’ lo spirito con la quale Suad Amiry*, insegnante di architettura alla Birzeit University vicino a Ramallah, ha voluto raccontare la condizione palestinese nel suo libro “Murad Murad”. La scrittrice ha voluto vivere in prima persona l’esperienza di tanti suoi connazionali: per questo motivo si traveste da uomo e si unisce al gruppetto dell’amico Mohammad e di suo fratello Murad per realizzare una sorta di reportage. Un “viaggio della speranza” da Ramallah a Petah Tikva in cerca di un lavoro. Un viaggio di 18 ore, partendo nel buio della notte per cercare di non essere scoperti dai soldati israeliani, tra strade, colline e posti di blocco. Lo fanno correndo, nascondendosi, perchè il rischio di essere arrestati o uccisi è molto alto. Conoscono i punti pericolosi, le torrette dove ci sono dei manichini a sorvegliare, quali posti di blocco è meglio evitare.

Suad Amiry si trascina così per monti e pietraie, schiva per miracolo i soldati israeliani a caccia di clandestini. Buona parte dei suoi compagni finiscono arrestati, solo in quattro fra cui Murad riescono ad arrivare, ma il lavoro non c’è più.

“Murad Murad” è un reportage sulla condizione di un popolo che ha perso la propria terra ma continua a lottare per essa. Paradossalmete Israele diventa l’unica speranza per trovare un lavoro con la quale portare avanti una famiglia.

Il muro, gli insediamenti, sono una realtà ben presente in un Paese che ha sempre meno da offrire ai suoi abitanti.

Nel libro, ad un certo punto, un lavoratore palestinese dice: “Una volta ho lavorato nel cantiere di una colonia dalle parti di Nablus. Tutte le volte che ero di cattivo umore, come oggi, pensavo che l’occupazione non sarebbe mai finita e che quell’insediamento sarebbe rimasto per sempre agli ebrei. Allora dicevo “maledetti coloni”, e mettevo meno cemento nell’impasto. Invece tutte le volte che ero di buon umore e mi sentivo ottimista, mi dicevo ‘”Ya walad, vecchio mio, nessuna occupazione è durata per sempre: un giorno l’esercito israeliano si ritiretà e i coloni se ne andranno, perciò prima o poi questi insediameni saranno nostri”. A quel punto mettevo più cemento, perchè quelle case rimanessero in piedi per sempre”.

* Suad Amiry è un’architetta palestinese, fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation a Ramallah. Cresciuta tra Ammam, Damasco, Beirut e Il Cairo, ha studiato archittetura all’American University di Beirut e all’Università del Michigan, specializzandosi infine a Edimburgo. Dal 1981 insegna archittetura alla Birzet University e da allora vive a Ramallah. Ha scritto e curato numerosi testi su differenti aspetti dell’archittetura palestinese. Da Feltrinelli sono usciti Sharon e mia suocera, Se questa è una vita, Niente sesso in città. Ha vinto il premio internazionale Viareggio in Versilia nel 2004.

di Elisa Cassinelli

(agosto - 13 - 2011)

  • pd

    Il muro (che muro non è, bensì una barriera di separazione costituita per gran parte da reticolato) serve ad impedire ai terroristi di entrare in Israele per compiere attentati, non a consentire ai soldati di uccidere i disoccupati palestinesi. Dalla sua costruzione gli attentati ai danni di civili israeliani sono diminuiti di oltre l’80%.

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