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Quando lo sceneggiatore americano vibra di passione italiana! Intervista ad Irv Bauer

By   /   29 luglio 2011  /   Commenti disabilitati su Quando lo sceneggiatore americano vibra di passione italiana! Intervista ad Irv Bauer

Irv Bauer mi accoglie nella sua casa di Manhattan, a ridosso della celebre Fifth Avenue, nel primo pomeriggio. Siamo nella cosiddetta West side, a due passi dal cuore del West Village, lo storico quartiere degli artisti. Drammaturgo, scrittore e sceneggiatore, dalla vastissima produzione teatrale che lo ha visto protagonista al Promenade Theatre di New York, allo Showboat Theatre a Seattle, nonché autore di musical a Broadway e di sceneggiature per il cinema tra le quali Elephant is Well, “Captain of Paradise”,” Hunt and High Octane”, Irv Bauer ha anche legato il suo nome come scrittore e story consultant alla popolarissima serie “Courage The Cowardly Dog” per Cartoon Network, serie di grandissimo successo anche in Italia ed amata dai bambini, nota col nome di “Leone il cane fifone” . A tutt’oggi consulente per svariate sceneggiature da New York come a Los Angeles, Irv Bauer vanta la docenza presso la celebre New York University’s Tisch School of the Arts Film School, presso il Writing Institute al Sarah Lawrence College, all’Università di Washington, alla Scuola Nazionale Australiana di Cinema, solo per ricordare le più note.

Quando si immagina uno scrittore, probabilmente lo si colloca in un posto proprio come questo dove mi riceve: il suo studio è un tripudio di libri, sceneggiature, locandine di film, quadri, dediche e foto di momenti da ricordare. Ma c’è qualcosa in più che merita di essere raccontato, oltre a tanti riconoscimenti: Irv Bauer è, al di sopra di ogni sospetto, uno degli sceneggiatori americani che, dagli anni ’50 in poi, ha legato più di chiunque altro la sua storia di scrittore a quella dell’Italia, intessendo una “corrispondenza di amorosi sensi” col nostro Paese che ancora dura a tutt’oggi ed è destinata a continuare. Quando domando dove ha inizio la sua carriera di sceneggiatore, Irv Bauer sorride, sottolineando la casualità degli eventi della vita e mi spiega, in un eloquio impeccabile e molto “british” che incanta che il suo inizio è come drammaturgo. Poi, alla New York University, l’incontro che gli cambia la vita, quello con un docente: Haig Manoojian.  Il giovane Bauer non perde nessuna delle sue lezioni, fa tesoro dei suoi insegnamenti e di quella straordinaria umanità che Manoojian sa comunicare, così come della capacità di sdrammatizzare e ridere al momento giusto. Manoojian diventa, un amico, un mentore, il primo sostenitore dei lavori di Irv. A lui ed al suo incoraggiamento Bauer deve il suo passaggio alla sceneggiatura ed anche la passione profonda per il grande cinema italiano degli anni ’50 e ’60. Fellini, Germi, Antonioni, De Sica, Pasolini gli disvelano un mondo così diverso da quello riscontrato nel cinema di ogni altro paese. “Rimasi profondamente impressionato dalla sensibilità e dalla umanità, sempre stemperate da uno spiccato sense of humour, e lo trovai così interessante! E come non pensare ad attori come Marcello Mastroianni, Sofia Loren, a film come “Sedotta ed abbandonata”, “Divorzio all’italiana”. Non erano certo solo “commedie” ma erano ciò che definirei “commedie socio-economiche”, specchio della cultura italiana del tempo, in una chiave semplice ed estremamente efficace. Cominciare per me a scrivere sceneggiature fu come un modo per rendere omaggio a quei film, rendendo loro onore con il mio modo di scrivere. Cercai cioè di utilizzare, in chiave americana, quel tono e quella stessa sensibilità che tanto ammiravo nel cinema italiano. “The elefant is well” (L’elefante sta bene) è l’omaggio certo più riuscito, a detta di tutti”.

Irv Bauer mi racconta che l’idea del film partiva da un equivoco iniziale: un appassionato di fotografia va in giro per la città scattando foto quando, a Little Italy, si imbatte in un gruppo di uomini anziani che stanno giocando a carte davanti ad un bar dall’aria sospetta, con vetri scuri, riservato solo ai soci. E’ una bella giornata di primavera. Gli uomini attorno al tavolino, piazzato all’aperto, sono immigrati italiani, di quelli che ormai vivono a New York da tanti anni ma conservano intatta la loro cultura di provenienza ed un accento spassoso che riporta al dialetto che sentivano parlare da bambini e che è l’unico “brandello” di lingua madre, goffo e sostanzialmente comico, che ancora conservano a distanza di anni. Tra di loro c’è Vittorio, dal viso particolarmente elegante, espressivo, quasi un principe d’altri tempi,  ed è proprio a lui che il fotografo scatta la foto migliore che interessa anche al giornale per cui lavora. Ma per la pubblicazione serve l’assenso del soggetto immortalato e le sue generalità. Così il fotografo torna a Little Italy per rintracciare quell’uomo e certo non immagina cosa inneschi il suo passare di porta in porta con la foto in mano chiedendo se qualcuno riconosca quel volto. Omertà, diffidenza. Tutti a Little Italy sono convinti che la Polizia – o forse anche peggio – stia cercando Vittorio e scatta immediato il senso di protezione dell’ignaro Vittorio.

Fin dall’inizio Irv Bauer immagina, nel ruolo di Vittorio, il volto di Marcello Mastroianni. Ma è solo un sogno. Bauer inizia il consueto peregrinare dello sceneggiatore alla ricerca del produttore giusto per realizzare la sua storia. La storia funziona, la sceneggiatore è ben scritta. A Los Angeles chiunque legge, sembra interessato. Anche il regista del momento sembra entusiasta ma una richiesta spiazza lo sceneggiatore: sostituire il personaggio di Vittorio con un uomo di colore. Bauer ha le idee chiare e non ci pensa un attimo. Chiede di andare in bagno, afferra la sceneggiatura e fugge per tornare a New York. Qui però la delusione si fa sentire e se ne accorgono due amici italiani architetti i quali, davanti ad un piatto di pasta ed un bicchiere di buon vino, per rincuorarlo, gli domandano: chi vorresti incontrare? Irv Bauer ha un solo nome in testa: Marcello Mastroianni. Detto fatto. Proprio come in un sogno, i due hanno l’aggancio poiché lo stesso Mastroianni inizialmente voleva diventare architetto ed inoltre conoscono un parente del famoso attore. Il contatto è preso e Irv vola a Milano per incontrare l’attore almeno per un’ora. Mille sono le traversie attraverso cui deve passare. E’ la settimana della moda e non si trova un buco per dormire. Dormire? L’ultima preoccupazione per chi deve incontrare Mastroianni. E dopo tanta attesa, finalmente l’incontro avviene in un ristorante. Mastroianni entra, si guarda un po’ intorno, poi vede Bauer, lo indica sorridendo e dice: sei tu! Si, sono io, risponde lo sceneggiatore entusiasta. Bauer ricorda ogni istante “Era un uomo estremamente affabile, gentile, disponibile. Gli raccontai la storia e lui ne fu subito entusiasta. Mi disse che si, avrebbe interpretato la parte di Vittorio”. Questo è solo il primo di una serie di incontri che si susseguono avanti ed indietro, sorvolando l’oceano. Milano, Firenze, Roma. Nella capitale una sera, Bauer alla presenza di una ristretta cerchia di amici e di un traduttore, legge in circa quattro ore tutta la sceneggiatura a Marcello Mastroianni che, alla fine, dopo un giro ristoratore di whisky, firma la tanto agognata lettera di conferma per i produttori di Los Angeles. E’ l’avverarsi di un sogno che purtroppo, tempo dopo, a causa dei continui rimandi del produttore, si infrange con la malattia di Mastroianni. E’ ancora toccato, Irv Bauer, al pensiero di questa lunga avventura. Sua moglie Vimi, cantante mezzosoprano innamorata del “bel canto” e dell’opera , ricorda il giorno che appresero della morte di Mastroianni “Piangemmo tutti e due, io ed Irv. Fu terribile ripensare alla bellezza di quei giorni trascorsi insieme in Italia”.

Successivamente, nonostante l’interessamento di un attore del calibro di Alberto Sordi, che incontrò Bauer a Roma e che accettò subito di interpretare la parte di Vittorio, il film non approdò mai sul grande schermo e si perse nel dedalo dei continui rimandi della produzione. Così la sceneggiatura  “The elephant is well” rimase un ambizioso progetto da tutti apprezzato e sfortunatamente mai realizzato.

La passione per l’Italia non ha però mai abbandonato lo sceneggiatore che continua, appena può, a farvi visita. Qualche anno fa, si apre un altro interessante capitolo di questo” love-affaire” con il Bel  Paese. È la moglie Vimi, grazie alla passione per il canto, a portare ancora Irv in Italia, un Paese che entrambi sentono di prediligere. Più precisamente a Spoleto, sede del noto Festival di musica. Qui vive un americano che si dedica all’organizzazione di eventi e workshop e che, recentemente, ha iniziato a muoversi per avviare un workshop sulla scrittura creativa ed in particolare sulla sceneggiatura. Presto fatto. Irv è senz’altro la persona giusta per l’insegnamento e si iniziano a gettare le basi per quello che oggi è diventato uno degli appuntamenti più attesi dell’estate culturale spoletina: il corso “Italy Summer Screenwriting Scriptwriting Intensive”, dal 12 al 26 Agosto, destinato a chi desidera accostarsi ai segreti dell’arte della sceneggiatura.

Il corso segue di pochi giorni un analogo workshop che si svolge ogni anno a Manhattan ed il cui svolgimento e dettagli sono ben descritti sul sito www.irvbauerscreenwriting.com. Quest’anno il corso intensivo di Spoleto, che ha luogo nella suggestiva cornice di un vecchio monastero, giunge al suo decimo anno. Chiedo ad Irv Bauer: che idea ha oggi degli Italiani? Lo sceneggiatore sorride ancora guardando sua moglie Vimi che gli è vicino: “Passeggiando per New York, è diventato arduo sentire parlare americano…gli italiani sono sempre di più! Sinceramente mi sento sempre molto parziale e incline verso gli italiani, per il loro spirito, per la sensibilità. Questo troviamo ogni anno a Spoleto e per questo torneremo sempre, ogni stagione. Del resto è la terra del grande cinema di cui mi sono innamorato. La terra di Marcello Mastroianni!”

di Donata Carelli

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