Loading...
You are here:  Home  >  Esteri  >  Current Article

Unione Africana: l’Onu adotti risoluzione per fermare le mutilazioni genitali femminili

By   /   5 Luglio 2011  /   Commenti disabilitati su Unione Africana: l’Onu adotti risoluzione per fermare le mutilazioni genitali femminili

I capi di Stato e di governo africani riuniti a Malabo, in Guinea Equatoriale, in occasione del 17° vertice dell’Unione Africana, hanno adottato negli scorsi giorni una dichiarazione che chiede alla 66ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di approvare una risoluzione di messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (MGF). La dichiarazione è stata presentata dal Burkina Faso, Paese tra i più impegnati su questo fronte, ed è il risultato della lunga campagna condotta da Non c’e’ Pace Senza Giustizia, dal Comitato Inter-Africano sulle pratiche tradizionali che incidono sulla salute di donne e bambini, da Euronet-FGM e dalla Ong senegalese La Palabre.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno sarebbero circa due milioni le ragazze e bambine costrette a subirne le pesanti conseguenze, mentre si stima a 135 milioni il numero totale di donne e bambine mutilate nel mondo.

Le MGF sono praticate prevalentemente in 28 paesi africani ma anche nella penisola araba, nel Medio Oriente e nel sudest asiatico. Negli ultimi decenni in Europa e in Nord America l’immigrazione ha reintrodotto il fenomeno, così come in Australia, Nuova Zelanda e in alcune parti dell’Africa dove non era presente.

Negli ultimi anni una mobilitazione internazionale ha visto risultati straordinari quali l’adozione nel 2003 e l’entrata in vigore nel 2005 del Protocollo dell’Unione Africana sui Diritti delle Donne in Africa, che all’Articolo 5 prescrive l’adozione di legislazioni nazionali contro le MGF.

Tuttavia, le mutilazioni genitali femminili continuano ad essere parte della realtà, una realtà che vede ancora una volta le donne come bersaglio della violenza.

Queste pratiche vengono difese dalla comunità d’origine in nome della tradizione e spesso, per paura dello stigma sociale e dell’emarginazione, dalle stesse donne che le subiscono. Ma sono pratiche che rappresentano un gravissimo pericolo per l’integrità fisica e psicologica della donna in quanto sono causa di emorragie, infezioni, traumi e, talvolta, di morte, poiché aumentano la probabilità di complicazioni durante il parto.

Come ha ricordato più volte Amnesty International, le MGF rappresentano un’esplicita violazione dei diritti umani delle donne, così come sono stati formulati nei vari trattati internazionali, cui gli Stati responsabili sono chiamati ad adeguare le loro legislazioni interne.

Questo fenomeno però tocca anche l’Italia. “In Italia, ogni anno ci sono 2000-3000 bambine a rischio di essere infibulate ed è un fenomeno che interessa 30-35mila donne in Italia”: a sostenerlo è Aldo Morrone, direttore dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp). “Essere a rischio non vuol dire che verranno infibulate – afferma Morrone – ma si tratta di bambine che provengono da Paesi a forte tradizione escissoria (Corno d’Africa, fascia sub-sahariana, Egitto e Sudan) e se non riusciamo ad intercettarle facendo conoscere alle famiglie la realtà italiana e la legge che vieta l’infibulazione, c’é la possibilità che questo numero passi da rischio a realtà”. “Siamo a conoscenza anche di casi in cui, dopo un viaggio nei Paesi d’origine – prosegue Morrone – alcune bambine sono state infibulate. Su questo gli insegnanti possono svolgere un’azione di sentinella, osservando i comportamenti e i cambiamenti d’umore delle bambine”.

Di Elisa Cassinelli

    Print       Email

You might also like...

Abbattere i simboli delle ingiustizie razziali

Read More →