Borgo futuro, festival della sostenibilità. Ripe di San Ginesio (MC).
Dal 1 al 3 luglio 2011 l’antico borgo medievale maceratese si è trasformato in un laboratorio di Sostenibilità diventando punto d’incontro nazionale per numerosi temi legati allo sviluppo sostenibile. Tre giorni per parlare di sostenibilità e di rispetto per l’ambiente.
In una regione, Le Marche, prevalentemente rurale, e in un comune quello di Ripe di San Ginesio (MC) definito tra i più ecosostenibili d’Italia, si sono affrontati vari temi: agricoltura, energie rinnovabili e natura.
Nonostante la pioggia, l’evento, alla seconda edizione, ha riscosso successo perché ai temi impegnati si sono affiancate attività ludiche come laboratori per bambini, stand di cucina macrobiotica e spettacoli teatrali.
A partire dalle ore 16.30 di sabato 2 Luglio, si è dato spazio al tema “Amministrare la sostenibilità”, con protagonisti Adriano Mei, presidente regionale dell’Associazione Rifiuti Zero, seguito da Massimo Giorgini di Transition Network.
In questo contesto bucolico, in uno dei borghi più belli d’Italia ho avuto modo di conoscere finalmente uno dei rappresentanti del network delle Città di Transizione, un concetto di cui avevo sentito parlare e che aveva suscitato la mia curiosità.
Quello delle Città di Transizione è un movimento fondato in Irlanda a Kinsale poi in Inghilterra a Totnes dall’ambientalista Rob Hopkins negli anni 2005 e 2006.
L’obiettivo del progetto è quello di preparare le comunità ad affrontare le sfide del riscaldamento globale e del picco del petrolio.
Attenzione! Non si tratta di estremismo ambientalista, ma soltanto di buon senso. Semplicemente si vuole invitare le comunità a riflettere sul mondo che abbiamo costruito, sulle risorse che abbiamo ancora a disposizione e quelle che stanno finendo.
Cambiamento climatico e inquinamento globale non sono dei concetti astrusi, ma realtà da affrontare insieme in un’era che necessita una transizione appunto.
Il petrolio è una risorsa che sta terminando, il suo prezzo è arrivato a 150 dollari a barile nel 2008, anno che coincide, non a caso, con l’inizio della crisi economica.
La vita di tutti i giorni è piena di oggetti derivati dal petrolio: dalla plastica, ai vestiti, alla benzina. Ma che succederà quando l’oro nero sarà finito?
Le comunità devono lentamente preparasi allo shock che subiremo dalla mancanza di questa risorsa. Ma come?
Come possiamo mitigare le conseguenze del Picco del Petrolio e ridurre drasticamente le nostre emissioni di CO2 per diminuire gli effetti del Riscaldamento Globale in tutti gli aspetti della vita e delle attività di questa comunità?
Se agiamo insieme è molto probabile che riusciremo a creare un nuovo e piacevole modo di vivere con maggiori relazioni tra le persone e maggiore integrazione con l’ambiente rispetto all’attuale frenetico sistema dipendente dal petrolio.
La prima cosa da fare, a mio avviso anche la più difficile, è quella di riunirsi per parlarne e trovare soluzioni insieme per cercare di cambiare la nostra mentalità e badare anche nelle piccole azioni quotidiane agli effetti dei nostri gesti sull’ambiente, perchè come diceva il grande Albert Einstein “non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che l’ha generato”.
L’economia del mondo industrializzato è stata sviluppata negli ultimi 150 anni sulla base di una grande disponibilità di energia a basso prezzo ottenuta dalle fonti fossili, prima fra tutte il petrolio. Più in generale il nostro sistema di consumo si fonda sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione siano infinite.
La crisi petrolifera appare la minaccia più immediata e facilmente percepibile dalle persone. Per questo Rob Hopkins, il fondatore della Transition Town, propone il concetto di resilienza.
Resilienza non è un termine molto conosciuto, esprime una caratteristica tipica dei sistemi naturali. La resilienza è la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.
La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.
I progetti di Transizione mirano invece a creare comunità libere dalla dipendenza dal petrolio e fortemente resilienti attraverso la ripianificazione energetica e la rilocalizzazione delle risorse di base della comunità (produzione del cibo, dei beni e dei servizi fondamentali).
Non a caso Rob Hopkins è insegnante di permacultura.
Il processo è lento e parte dal basso e dalle piccole cose, da unorto in giardino o sul balcone, ma sprattutto dal cercare di vincere l’individualismo ed unirsi come diceva Leopardi in “una social catena”.
Se vi incuriosice il tema visitate il sito http://transitionitalia.wordpress.com/




