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Amélie Nothomb: l’insostenibile pesantezza dell’essere (scrittori)

By   /   18 marzo 2011  /   Commenti disabilitati

Un soldato americano di stanza in Iraq, di nome Marvin Mapple, intraprende un rapporto epistolare con la scrittrice di successo belga Amélie Nothomb. Per la Nothomb – che in questo libro si autoritrae nel personaggio che probabilmente le calza meglio, ovvero, quello della scrittrice sofferente e oberata dal peso del successo – è normale ricevere una mole considerevole di lettere alle quali risponde con certosino impegno. Ma le confidenze che il soldato gli propone appaiono fin da subito molto interessanti. Il ragazzo afferma infatti di essere obeso e affetto da una grave forma di dipendenza da cibo, “la peggiore droga che esista”, secondo il soldato Mapple, che lo ha fatto ingrassare a dismisura.

Lo scambio di lettere diventa tra i due sempre più intenso e coinvolgente, mentre generalmente la scrittrice è abituata a fare una fredda cernita tra le richieste dei suoi lettori in adorazione: “Mi chiedono di scrivere prefazioni per loro, che reciti dei brani o che scriva addirittura qualcosa che loro possano interpretare” annota la Nothomb, probabilmente cogliendo a piene mani dalle sue esperienze reali, e aggiunge che “sono in molti che pensano che io sia in grado di entrare in contatto con le persone più in alto”, lamentandosi poi del fatto che i lettori scambino per “un ufficio di collocamento” la loro corrispondenza. Nel soldato Mapple però la Nothomb scopre un interlocutore molto interessante. Il rapporto epistolare tra i due si interromperà bruscamente e Amélie si preoccupa al punto di voler arrivare in fondo al mistero della scomparsa del suo amico di penna.

Quello che fa Amélie Nothomb con le sue storie è un’intrigante fusione di fantasia e realtà e, sebbene non si abbia mai la netta percezione che si arrivi alla narrativa, in molti casi, l’intimo filo dei pensieri che la scrittrice tesse è caratterizzato da cambi di ritmo e da valide strutture. Il genere di questo racconto si potrebbe definire epistolare – la parola “epistole” ricorre almeno cinquanta volte, quasi a voler continuamente richiamare il termine evitando gli altri sinonimi – visto che si tratta per lo più di una sequenza di missive tra la protagonista e il soldato americano. Ma per tutto il tempo, anche quando l’azione non è teoricamente svolta dalla protagonista, si ha la netta sensazione di non uscire mai dalla testa del personaggio.

In questo racconto, si evita la evocazione delle immagini, mentre le sensazioni vengono descritte in maniera fredda, si potrebbe dire quasi scostante. Nel loro scambio di lettere il soldato rivela alla scrittrice come abbia ormai sviluppato un rapporto quasi morboso con la sua malattia, arrivando a battezzare l’adipe in eccesso che lo ricopre all’altezza del cuore con un nome di donna, Zarahad, che Marvin immagina di stringere a sé nel più sensuale e conturbante degli abbracci. Il soldato aggiunge, inoltre, di essere convinto che il suo grasso sia un sintomo del senso di colpa per tutti i morti innocenti del conflitto iraqeno ma dalla vecchia Europa, dalla quale la scrittrice risponde, non vengono incoraggiamenti a rivolgersi ad un buon analista e a perdere qualche etto ma, al contrario, viene elevato il grasso in eccesso del soldato semplice Mapple a forma d’arte, suggerendogli di farsi ritrarre nudo in foto e di esporre il suo espandersi al mondo artistico, annotando anche i sintomi fisici, gli aumenti di peso e tutto ciò che si è mangiato ogni singolo giorno in nome dell’arte.

Chi scrive – ma forse anche qualche lettore – si domanda: perché limitarsi a questo? Perché non annotare con dovizia di particolari anche gli orari e la data delle visite che il soldato compie alle latrine? Se si vuole descrivere il ciclo del cibo che sembra fare solo un percorso dentro un corpo umano ridotto a materia inanimata per sciocchi esperimenti artistici visti e rivisti, perché non arrivare fino in fondo? In questo racconto quindi, il lettore superficiale si troverà senz’altro a domandarsi chi sia il vero malato nella storia, se il ragazzo obeso e disperato o la scrittrice annoiata e, diciamolo pure, anche abbastanza noiosa.

Ma, ripetiamo per amor del vero che la Nothmb non compie solo un’opera di narrazione nel suo libro; in realtà, come tutto nella vita di ogni artista dal fare sofferente che si rispetti, si tratta di una analisi di se stessi. L’ego della protagonista del romanzo è molto difficile da misurare in grandezze umane, visto che è spropositato e le descrizioni che l’autrice ci lascia del problema dell’obesità sono di sconfortante banalità.

Eppure, sebbene non sembra fatto per piacere, questo libro lascia qualcosa in chi lo legge, e potreste accorgervi di non vedere più una persona in sovrappeso con gli stessi occhi con cui la vedevate prima. E vi accorgerete anche, andando avanti nella lettura, che la trama prende pieghe inaspettate dando  risalto ai vari registri narrativi che la scrittrice è in grado di creare.

I temi trattati – con una voluta superficialità – come la guerra, l’obesitá e il confronto con se stessi, vengono fusi in un solo, interessante argomento: lo sconosciuto problema dell’obesità nelle file dell’esercito americano e di come chi ne è affetto sia, secondo la narrazione, trattato come un sabotatore.

Il finale poi apre vari scenari che lasciamo al lettore il gusto di scoprire, anche perché non mancherà il piacere nel leggere questo libro. Fondamentalmente sembra che la Nothomb, scrittrice di successo, piena di impegni e di soddisfazioni, parli con se stessa attraverso un alter ego disgraziato, scrittore fallito e alcolizzato, obeso e dalla vita sociale poco più che inesistente. Un lavoro difficile forse, ma di grande compiacimento per lo scrittore che vede lo spettro di quel se stesso disgraziato lontano, forse riconoscendolo negli occhi di qualche suo lettore. Atteggiamento tipico di chi sale sul piedistallo del successo, ma anche di chi ha avuto molti turbamenti. Lo stile della Nothomb può non piacere, ma la sua presenza nel panorama letterario è più che giustificata dal suo evidente talento e dalla pulizia del suo scrivere. Anche questo libro può non piacere, ma agli amanti della letteratura non dovrebbero farsi sfuggire almeno uno dei racconti della scrittrice belga, forse troppo in posa nel personaggio che si è cucita addosso, ma indubbiamente brava.

“Una forma di vita” di Amélie Nothomb, Edizioni Voland, 14,00 euro

di Ivan Eotvos

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