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I bambini con gli stivali, il futuro dell’Afghanistan

By   /   14 March 2011  /   Comments Off

I bambini con gli stivali non li trovi nelle favole di Perrault. Sbucano allegri lungo le strade sterrate dei villaggi della valle del Murghab, fanno capolino tra i grappoli di casupole di sabbia e di cemento come pulcini fuori dal nido.

Vestiti di cotone leggero, magari imbacuccati in giubbotti di taglie troppo grandi per la loro età. In testa cappelli di lana, a volte il berretto tradizionale incrostato di ricami. Per le bambine veli impalpabili di colori vivaci. Ai piedi portano degli stivali di plastica colorati. Verdi, azzurri, rossi. Probabilmente doni, aiuti umanitari. Piedini nudi infilati in calzature vivaci. Sembrano folletti usciti da una fiaba i bambini con gli stivali. Ti strappano un sorriso con i loro passi svelti e a volte goffi. Non sanno che al di là di quel fazzoletto di sabbia impalpabile e fastidiosa dove corrono, dove giocano, dove vivono, c’è tutto un mondo.

Bala Murghab si trova a nord dell’area di competenza italiana, nell’ambito della missione Isaf in Afghanistan, al confine con il Turkmenistan. Fob Columbus, la base avanzata dove operano i nostri soldati è un avamposto italiano incastonato nella valle del fiume Murghab. Tutto attorno piccoli villaggi che grazie all’operazione “Buongiorno” che vede impegnati Italiani, Americani e polizia afghana, si stanno ripopolando. Gli afghani, grazie alla bolla di sicurezza creata dalle forze di Isaf e dalla polizia locale e grazie alla dislocazione di numerosi Cop, combat outpost, postazioni avanzatissime sul territorio, stanno tornando alle loro vecchie case che erano stati costretti ad abbandonare a causa degli insurgents. Nei villaggi tornano le famiglie. Tornano i bambini con gli stivali.

Quegli stessi bambini che rischiano ogni giorno la vita per banali ferite che si infettano a causa delle precarie condizioni igieniche in cui sono costretti a vivere. E quando i genitori si decidono a farli visitare a volte l’unica via d’uscita rimane l’amputazione della parte malata.

Periodicamente il team medico militare di Fob Columbus visita la popolazione dei villaggi limitrofi alla base. A guidare la squadra il tenente Marino Trivisani  che si avvale del supporto di quattro assistenti sanitari: i marescialli Giuseppe Di Lillo e Francesco Voto, il caporal maggiore scelto Ugo Scognamiglio e il caporal maggiore Maria Nunzia Florio. Tutti alpini dell’8° reggimento di Cividale.

I marescialli Di Lillo e Voto  sono dei veterani: hanno già alle spalle missioni in Bosnia, Albania, Kosovo e Afghanistan.  Maria Nunzia è al suo secondo Afghanistan. L’avevo conosciuta già due anni fa e quando l’ho rivista nell’ambulatorio di Bala Murghab ho ritrovato nel suo sguardo lo stesso entusiasmo e la stessa voglia di fare che mi aveva trasmesso quando ci siamo incontrate la prima volta.

Oltre ad assicurare ogni giorno l’assistenza sanitaria agli uomini del contingente, ogni mattina, alle 10, raggiungono una tenda, messa a disposizione dagli Americani, all’interno della quale visitano la popolazione locale che i medici afghani non hanno potuto curare, a causa degli scarsi mezzi a disposizione, nella clinica medica di Bala Murghab. Spesso inoltre lasciano la base per recarsi nei villaggi limitrofi per delle operazioni di Medecap, delle visite porta a porta che consentono di raggiungere la popolazione locale.

 “Quelli che ti toccano il cuore sono soprattutto i bambini – racconta il maresciallo Voto – Spesso arrivano da noi quanto ormai è troppo tardi per curarli e una semplice infezione è diventata così grave da richiedere l’amputazione dell’arto”.

Qui in base arrivano molte donne e molti bambini – spiega il caporal maggiore Florio – Ne abbiamo curati a centinaia dall’inizio della missione. Le donne spesso arrivano qui quando sono ormai in uno stato gravissimo. Prima vengono i mariti a spiegare i sintomi poi, quando ormai la situazione è disperata, le portano qui, talvolta in una carriola. Ricordo che una volta una donna anziana diabetica prima di farsi amputare una gamba è tornata a casa per chiedere l’autorizzazione al marito. Quando l’abbiamo operata mi teneva la mano e mi accarezzava il volto. Voleva che le rimanessi vicina perché io sono donna – racconta – Seguendo le indicazioni del dottore ho dovuto persino effettuare una visita ginecologica perché una ragazza afgana non voleva farsi visitare da un uomo – prosegue – Lo so che operare in Afghanistan comporta dei rischi. Quando usciamo dalla base per andare ad effettuare le visite mediche nei villaggi continuo a ripetere tra me e me «Dio fammi ritornare a casa sana e salva». Ma quando arriviamo nei villaggi e i bambini ci vengono incontro, ci sorridono, ci salutano allora prendo davvero coscienza dell’importanza del mio lavoro in questo Paese”.

Maria Nunzia non si stanca mai. Sempre pronta ad infilare i suoi guanti di lattice per assistere il tenente Marino Trivisani nelle visite. Sempre pronta a dispensare un sorriso ad ogni paziente, una carezza ad ogni bambino. Instancabile imbocca i piccoli malati, li abbraccia, li consola, li tranquillizza. Un angelo in mimetica per le decine di piccoli incontrati nei villaggi o giunti fin davanti all’ingresso della base.  Una confidente, un punto di riferimento per le donne afghane.

E mentre il team medico si trova all’interno dell’ambulatorio arriva una chiamata. C’è un bimbo di 6 anni che è giunto in base, accompagnato dal padre, per essere visitato. E’ caduto e si è procurato una ferita al mento che ha fatto infezione. Il tenente Trivisani lo visita. Illustra all’interprete che poi riferirà al padre cosa è accaduto e indica i medicinali che dovrà assumere.  Gli infermieri lo medicano. Il piccolo se ne sta buono sulla brandina. Accetta le cure senza lamentarsi con la fierezza nello sguardo di un piccolo uomo. Un vistoso cerotto sul mento. Un antibiotico. Una manciata di liquirizie regalate dai soldati italiani che, nonostante la ferita, lui vuole assaggiare subito. Il padre lo prende per mano e si allontanano insieme in direzione del loro villaggio. Un ultimo sguardo rivolto al medico e agli infermieri. Non servono molte parole. Basta un semplice “tashakor”, grazie.

di Ebe Pierini

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