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May , 2012
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Archive for febbraio, 2011

Egitto: al lavoro la Commissione per la revisione della Costituzione

Posted by Redazione On febbraio - 28 - 2011 Commenti disabilitati

Dopo le dimissioni del Presidente Mubarak, avvenute lo scorso 11 febbraio, la Camera e il Parlamento sono stati sciolti e il potere, sotto l’egida dei militari,  è passato ad interim al Presidente della Corte Costituzionale egiziana.
L’uscita di scena di Mubarak ha lasciato quindi  il potere politico sotto il controllo del Consiglio Supremo delle Forze Armate, composto da 18 militari e presieduto Mohamed Hussein Tantawi, Ministro della Difesa in carica, uomo chiave di questa delicatissima fase di transizione, Capo di Stato provvisorio dell’Egitto, in virtù dell’assunzione de facto dei poteri presidenziali.
Ai militari viene demandato, quindi,  il compito importantissimo di traghettare il Paese verso la democrazia.

Mentre il governo è rimasto ufficialmente in carica, il Parlamento è stato sciolto dal Consiglio che ha deciso anche la sospensione della Costituzione, promulgata dal Presidente Anwar Sadat nel 1971, in sostituzione di quella provvisoria del 1964 e modificata dal Presidente Mubarak nel 2007, attraverso una serie di emendamenti, fortemente contestati dall’opposizione, ma approvati con referendum popolare.

Tra i propositi del Consiglio Supremo delle Forze armate, in primo piano c’è quello di mettere fine allo stato d’emergenza in vigore nel Paese dal 1981 – n.d.r. anno in cui il Presidente Anwar Sadat fu assassinato per mano di al-Jihad, un movimento politico di matrice islamica che si opponeva alla secolarizzazione della nazione. Lo stato d’emergenza è stato poi ripetutamente rinnovato, prima per periodi di tre anni, dal 2006 ridotti a due e prorogato dal Parlamento egiziano nel 2010 fino al 31 maggio 2012, nonostante le proteste di gruppi locali e internazionali per la tutela dei diritti umani, oltre che dell’opposizione al Governo – “solo quando le condizioni di sicurezza lo permetteranno”. In sostanza, il Consiglio Supremo sta mantenendo la stessa “legislazione d’emergenza”  che ha permesso a Hosni Mubarak di governare arbitrariamente l’Egitto per trent’anni, per assicurarsi che la transizione resti nel quadro che esso ha tracciato. Nel frattempo, ha annunciato che rimarrà al potere per sei mesi o fino alle prossime elezioni legislative e presidenziali, rispettando i trattati internazionali, tra cui quello che sancisce la pace con Israele.

Lo scorso 15 febbraio, il Consiglio Supremo delle Forze Armate egiziane ha annunciato la fondazione ufficiale di una Commissione per la revisione della Costituzione, col compito di apportare emendamenti alla Carta costituzionale entro i 10 giorni successivi. Emendamenti sui quali si esprimerà, entro due mesi, il popolo egiziano attraverso un referendum popolare.
La Commissione per la revisione della Costituzione assume dunque un ruolo fondamentale per il ripristino dell’ordine pubblico del Paese. Composta da 8 membri, comprende tre giudici, tre esperti legali e un rappresentante dei Fratelli Musulmani, la maggiore fazione di opposizione del Paese, oltre al Presidente, Tareq El-Bishri , ex giudice della Suprema Corte costituzionale, uno dei principali pensatori dell’Islam moderato.

Secondo quanto riportato dall’Agenzia stampa ufficiale  Mena, la Commissione ha lavorato in modo particolare agli emendamenti degli articoli relativi alla qualifica alla candidatura presidenziale, alla durata dell’incarico presidenziale, alla supervisione giudiziaria delle elezioni, alla qualifica dei membri dell’Assemblea del popolo e al potere del Presidente di emendare la Costituzione. Questo significa che il sistema presidenziale, che è alla base della forma di governo che l’Egitto si è scelta, non verrà messo in discussione e che saranno modificati soltanto quegli articoli che riguardano le elezioni presidenziali e il controllo giudiziario di quelle parlamentari.

Due giorni fa l’Agenzia Mena ha diffuso la notizia che la Commissione per la revisione abbia suggerito che i mandati presidenziali, prima illimitati per previsione costituzionale, siano invece ridotti a due al massimo e che la durata di ciascun mandato passi da sei a quattro anni.

Non resta che seguire con attenzione l’esito dei lavori della Commissione per comprendere quale futuro potrà delinearsi per l’Egitto; dalla nuova Costituzione, infatti, dipende gran parte del delicato e complesso processo di democratizzazione del Paese.

di Ahmed Abd El Megid

foto di: zedany.com

Afghanistan: fuori pericolo i 4 alpini feriti stamattina a Shindand

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 28 - 2011 Commenti disabilitati

Sono fuori pericolo i quattro militari del 5° reggimento alpini coinvolti questa mattina, alle 12.45 locali, nell’attentato che è costato la vita al tenente Massimo Ranzani, a 25 chilometri da Shindand, nell’ovest dell’Afghanistan.

I 4 alpini sono ricoverati presso l’ospedale da campo “Role 2” di Shindand in seguito alle ferite riportate nell’esplosione dello Ied, un ordigno improvvisato, che ha investito il Lince a bordo del quale viaggiavano di ritorno da un’attività sanitaria di Medcap a sostegno della popolazione locale.

Le condizioni dei 4 soldati italiani non destano preoccupazioni e nessuno di loro versa in pericolo di vita. I militari, appartenenti alla Task Force “Centre”, hanno riportato traumi e fratture primariamente agli arti inferiori. È attualmente in corso, presso la struttura sanitaria di Shindand, un intervento chirurgico finalizzato a ridurre le fratture  per due di loro che hanno riportato traumi alla gamba e alla caviglia. Uno dei quattro alpini necessita di un intervento oculistico e sarà in seguito trasferito presso l’ospedale “Role 3” di Kandahar.

Il tenente Massimo Ranzani aveva 36 anni. Ne avrebbe compiuti 37 il prossimo 23 marzo. Nato a Ferrara, viveva a Santa Maria Maddalena nel comune di Occhiobello, in provincia di Rovigo, con il papà Mario, 62 anni e la mamma Ione, 58. Era in Afghanistan, per la sua seconda missione in teatro operativo, dallo scorso 12 ottobre.

Lo scorso Natale Massimo era tornato a casa per una breve licenza. «Non voglio sposarmi perchè facendo questo lavoro non vorrei complicare la vita alla mia famiglia – aveva raccontato ad un’amica - La mia vita è la carriera militare, se mi sposassi mi sentirei legato troppo alla famiglia. È il mio lavoro, la mia passione, voglio andarci». Un ragazzo d’oro, come lo ricordano gli amici, che da piccolo faceva lo scout e che aveva sempre sognato di fare il militare. Nelle scorse settimane era stato impegnato in prima linea nelle attività di supporto agli sfollati nelle zone alluvionate della Zeerko Valley.

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Biagio Abrate e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Giuseppe Valotto, hanno espresso profondo cordoglio per la morte dell’alpino italiano.

Intanto gli insurgents hanno rivendicato l’attentato. “Una mina terrestre collocata da un mujaheddin nell’area di Company del distretto di Adar Sang ha sventrato un automezzo in pattugliamento dell’Isaf» si legge in un comunicato che annuncia anche che l’esplosione “ha ucciso o ferito tutti gli invasori che si trovavano al suo interno alle 14.00″.

di Ebe Pierini

Libia: Ue approva pacchetto di sanzioni contro Gheddafi

Posted by Elisa Cassinelli On febbraio - 28 - 2011 Commenti disabilitati

I governi dell’Unione europea hanno approvato oggi un pacchetto di sanzioni contro il leader libico Muammar Gheddafi e il suo governo, che comprende l’embargo sulle armi e il divieto di viaggiare nell’Unione. Verranno congelati anche i beni di Gheddafi, della sua famiglia e del governo, mentre è vietata la vendita di prodotti come gas lacrimogeni ed equipaggiamento anti-sommossa, secondo quanto hanno riferito alcuni diplomatici. L’embargo dovrebbe entrare in vigore nei prossimi giorni, una volta che la normativa sarà pubblicata sul giornale ufficiale della Ue.

Finora il governo libico si è opposto duramente alle sanzioni imposte dal Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite, perché  basate “solo su informazioni di stampa distorte” e non su un riscontro diretto della situazione: “Avrebbero dovuto chiederci il permesso di venire qui a constatare di persona che non ci sono stati né bombardamenti, né stragi di civili prima di imporre le sanzioni” ha detto il portavoce del governo, Ibrahim Muossa. Poi rivolgendosi all’Occidente dice: “Se gli imperialisti occidentali ci attaccano, ci saranno migliaia di morti. L’Occidente vuole il nostro petrolio, al-Qaida vuole invece una base sul Mediterraneo per minacciare l’Europa. Abbiamo catturato centinaia di terroristi islamici, anche legati ad al-Qaida - ha concluso - Li stiamo interrogando e, se sarà possibile, ve li faremo incontrare in carcere”.

Moussa ha anche annunciato che il governo ha pronte riforme in campo politico, sociale ed economico e che “è pronto a dialogare con l’opposizione pacifica”.La protesta è cominciata in modo pacifico da parte di cittadini che volevano migliorare le proprie condizioni di vita ma poi è stata manipolata da false informazioni di stampa e da estremisti islamici legati ad Al-Qaida. Noi vogliamo ritornare ai primi giorni della protesta e dialogare con il popolo libico, che deve rimanere unito sotto un’unica bandiera, non importa quale”.

Intanto il Primo Ministro canadese, Stephen Harper, ha annunciato il congelamento dei beni di Gheddafi e della sua famiglia, lanciando un appello al leader libico affinché “metta fine al bagno di sangue” e si dimetta. In una dichiarazione Harper ha affermato che il Canada non solo applicherà le sanzioni Onu ma andrà anche oltre. Ottawa, infatti, congelerà anche tutte le transazioni finanziarie con il governo e le altre istituzioni libiche, compresa la Banca Centrale.

La Francia, invece ,invierà due aerei carichi di aiuti medici a Bengasi, città libica in mano agli oppositori di Gheddafi, dando il via ad un’imponente operazione umanitaria. Lo ha detto oggi il primo ministro francese François Fillon.

Fillon ha collegato la missione umanitaria alla volontà del governo francese di prevenire un flusso di migranti dalla Libia attraverso il Mediterraneo, in seguito all’ondata di rivolte che hanno scosso ma non fatto crollare ancora il governo di Gheddafi. Infatti, sia Francia che Italia hanno manifestato preoccupazione circa il fatto che il collasso del governo in Libia possa portare ad un’ondata di migranti nelle coste meridionali dell’Unione Europea.

Da quando sono scoppiate le rivolte contro Gheddafi, il leader libico ha perso il controllo della parte orientale del paese, Bengasi compresa, e di altre grandi città, sebbene controlli ancora la capitale Tripoli. In queste ore si stanno consumando nuovi attacchi: elicotteri delle truppe fedeli a Gheddafi stanno attaccando la sede della radio della città di Misurata, caduta da alcuni giorni in mano agli insorti, secondo quanto riferisce la tv satellitare Al Arabiya. A est di Tripoli un aereo militare è stato abbattuto dalle forze ribelli nei pressi di Misurata e i cinque membri dell’equipaggio sono stati catturati. Nella zona sono ripresi i combattimenti tra i ribelli e le forze fedeli a Gheddafi. I ribelli controllano ancora la città, e la battaglia è in corso per il controllo dell’aeroporto militare.

di Elisa Cassinelli

Afghanistan: un alpino morto, 4 feriti per l’esplosione di una bomba

Posted by Ebe Pierini On febbraio - 28 - 2011 Commenti disabilitati

Ancora sangue italiano in Afghanistan. A perdere la vita il tenente Massimo Ranzani, 37 anni, del 5° reggimento alpini. L’attentato è avvenuto alle 12.45, ora locale, a 25 chilometri a Nord di Shindand, nell’ovest del Paese.

Uno Ied, un ordigno improvvisato, ha colpito il Lince a bordo del quale viaggiava il militare italiano. Con lui altri quattro alpini che sono rimasti feriti. La pattuglia stava rientrando da un’operazione di assistenza medica alla popolazione locale.

L’utilizzo di Ied, nonostante gli importanti progressi svolti da Isaf per contrastarne la minaccia, rappresenta una delle modalità di azione tra quelle utilizzate dagli “insurgents” e, nel 30% dei casi, colpisce vittime civili. Le forze di sicurezza Isaf svolgono una continua attività per prevenire questo genere di minaccia al fine di migliorare le condizioni di sicurezza e garantire uno sviluppo sociale ed economico della regione.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha appreso con «profonda commozione la notizia del gravissimo attentato perpetrato a Shindand, in Afghanistan, contro il contingente italiano impegnato nella missione internazionale Isaf» e ha espresso «sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei familiari del caduto e un affettuoso augurio ai militari feriti».

di Ebe Pierini

Vivere insieme nel Mediterraneo

Posted by Giuseppe Favilla On febbraio - 28 - 2011 Commenti disabilitati

La “Irènia Peace Games”,  collettivo di educatori specializzato in formazione che aderisce alla “Fondazione Euro-mediterranea per il dialogo tra culture Anna Lindh”, nell’ambito Euromed, è alla ricerca di partner per realizzare il programma “Viviamo insieme nel Mediterraneo”. Questo costituisce l’adattamento e l’attuazione di un programma già esistente di attività interculturali destinato alla regione mediterranea e rivolto alle scuole primarie, a bambini dai 6 ai 12 anni. Il programma si basa sull’uso dei giochi come strumento metodologico di insegnamento.

Il progetto proposto comprende una settimana di formazione per gli insegnanti sugli strumenti usati (giochi di simulazione e di ruolo, giochi da tavolo, uso delle immagini, etc…) e sulle attività già sviluppate ed utilizzate in classe, al fine di attuare i programmi delle scuole elementari dei Paesi partecipanti. Il progetto “Vivere insieme nel Mediterraneo” è in corso da oltre dieci anni  in alcune scuole primarie dell’area metropolitana di Barcellona.

La “Irènia Peace Games” sta cercando 3-4 partner (Consigli comunali o ONG che lavorano con le scuole primarie) che abbiano la capacità di accedere a co-finanziamenti, preferibilmente con esperienza in programmi ENPI nei Paesi del Nord-Est e del Sud del Mediterraneo in Paesi disposti a sottoporre il progetto al prossimo invito della “Fondazione Anna Lindh” per le proposte del 2011 e con attuazione nell’autunno 2011. Il termine ultimo per aderire alla richiesta è il 30 giugno 2011.
Per maggiori informazioni, basta contattare Josep Miquel Alegret all’indirizzo di posta elettronica: coordinacio@irenia.net

di Giuseppe Favilla
 

Tripoli, città italiana: i deliri del rais

Posted by Alga Madia On febbraio - 28 - 2011 3 COMMENTS

Le parole hanno sempre un peso specifico e a volte sono decisamente insopportabili da ascoltare. Mi succede spesso devo dire in questo ultimo periodo. “Cacceremo i ribelli come abbiamo fatto con gli Italiani!” Tuona Il Muammar el Gheddafi in un ennesimo delirio di onnipotenza e grida, a quello che immagina essere ancora il suo popolo, frasi senza senso, fuori da ogni logica di ragionamento, come fosse ubriaco o in preda a sostanze che gli alterano gli equilibri psichici. Ma sappiamo bene che così non è: lui è solo, si fa per dire, un dittatore.

Qualche notizia mi sento quindi in dovere di darla perché Tripoli è stata a tutti gli effetti una città italiana e la Libia non è mai stata indipendente fino al ‘51, proprio quando c’erano gli Italiani da decenni, con un passaggio tutt’altro che traumatico. L’impero romano prima (Leptis Magna e Sabratha ne rappresentano meravigliose testimonianze, così come l’arco di Marco Aurelio in pieno centro città, con i suoi ristoranti sotto), poi la conquista araba  per passare all’Impero Ottomano e finire all’Italia. Il fascismo, va riconosciuto, ne fece uno dei più begli esempi di architettura razionalista dell’epoca. Una città italiana con grandi piazze, che non esistono in nessun’altra nazione araba, giardini, bar, caffè, circoli di ritrovo, l’hotel Uaddan con il casinò e il night (dove venivano a fare concerti tutti i più acclamati cantanti italiani degli anni ‘60), uno degli alberghi più eleganti, affacciato su un lungomare mozzafiato.

C’era il porto, l’aeroporto, strade e marciapiedi ben tenuti e gli Arabi che ci vivevano erano pochi perché fino ad allora erano stati una popolazione di nomadi che come il loro attuale capo, vivevano nel deserto. C’erano le scuole italiane, elementari e medie, in ogni zona della città, quelle dei Fratelli cristiani, le scuole superiori statali ( i licei e  l’istituto tecnico).

Una città cosmopolita si potrebbe dire. Gli arabi a Tripoli erano circa 300.000, 40.000 appartenevano alla comunità italiana. Quella internazionale era di  altre 20.000 persone fra Inglesi, Americani, Olandesi, Spagnoli, arrivati dopo la scoperta del petrolio nel 1959. La  base americana era come una città nella città e a Tripoli si vedeva la tv  USA, insieme alle prime trasmissioni dell’allora unico canale italiano.

C’era una monarchia costituzionale con tanto di Primo Ministro e il re Idris, per la sua mitezza, era soprannominato il re buono, avendo saputo offrire alla sua popolazione garanzie di ricchezza anche attraverso il petrolio riservando allo Stato libico la maggioranza di quote in ogni società. C’erano le poste italiane, diverse chiese e una cattedrale sontuosa che oggi è una moschea, le Generali, la Fiat, le tonnare, l’Oea, una fabbrica di birra, l’Eridania, tanti cinema, negozi di ogni genere, molti dei quali gestiti da Ebrei.

I ragazzi a scuola studiavano obbligatoriamente la lingua araba, ma in realtà non ce ne era bisogno, perché gli Arabi tripolini parlavano tutti, ma proprio tutti, l’Italiano. Gli Italiani così hanno vissuto per più di mezzo secolo in quella città bellissima, con un mare altrettanto bello sempre rispettosi della cultura che non solo li ospitava, ma li aveva sempre fatti sentire parte integrante della vita locale, ciascuno per la sua quota, ricevendo in cambio lo stesso tipo di rispetto e di stima.

Gheddafi poi fece la sua pseudo rivoluzione, come dire, da codardo quale è, e come sta dimostrando in questi giorni nascondendosi nel suo bunker, perché in realtà decise la sua ascesa mentre il re era in vacanza in Grecia e da cui non poté tornare più. Non fu sparato nemmeno un colpo.

Poi lunghi periodi di coprifuoco per intimidire e terrorizzare tutta la popolazione. Infine, mesi dopo, completò il quadro espellendo tutti gli Italiani residenti lì, confiscando loro tutti i beni immobili che in oltre cinquant’anni avevano acquistato con i guadagni del loro lavoro.

Praticamente rientrarono in Italia (ma anche Tripoli per loro era Italia) con poco più degli effetti personali. Come sparare sulla Croce rossa, ma lui si sentiva fiero di aver liberato il suo popolo da non si sa quale oppressione, di aver stravolto la storia e di essersi “piazzato” sui libri quale unico (mai eletto) rais della sua terra e soprattutto di aver regalato al suo amato popolo oltre 40 anni di dittatura vera.

Un fatto visibile e che da solo sostituisce ogni ragionamento: durante questa rivoluzione popolare si continuano a vedere issare bandiere del periodo della monarchia: segno che evidentemente nei ricordi di quelli che lui chiama ribelli, quel periodo storico non era poi così male e che probabilmente avrebbero preferito non abbandonare. Magari tireranno fuori anche “Ja biladi”, l’inno che pure i ragazzi italiani imparavano nell’ora di arabo.

di Alga Madìa

foto di: comeravamo.it

Tunisia: crisi lampo

Posted by Giuseppe Favilla On febbraio - 27 - 2011 Commenti disabilitati

Si è risolta in pochissime ore, o addirittura minuti, la crisi di governo in Tunisia.

Il Presidente ad interim ha nominato l’anziano (è nato nel 1926) Beji Kaid Essebsi Primo Ministro in seno al Governo provvisorio, rimpiazzando il dimissionario Mohamed Ghannouchi.

Essebsi, avvocato, è stato un consigliere del padre della patria, Habib Bourguiba, Direttore Generale della Sicurezza, Ministro della Difesa  e Ministro dell’Interno fino al 1970. Dopodiché è caduto nell’oblio fino al 1981, quando è stato nominato Ministro degli Esteri, carica che ha mantenuto fino al 1986. Ha ricoperto anche il ruolo di ambasciatore a Parigi e Bonn, nonché membro della Camera dei Deputati fino al 1991.

Nel 1994 ha chiuso la sua carriera politica. Ma oggi è stato rimesso in gioco dal Presidente di una Tunisia che fatica a trovare la via democratica, alle prese con tantissimi problemi di ordine pubblico e inondata ogni giorno da manifestazioni delle corporazioni lavorative che reclamano a gran voce miglioramenti salariali.

di Giuseppe Favilla

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