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May , 2013
Thursday
 

Le proteste continuano anche nello Yemen dove oltre 20mila persone sono scese nelle strade di Sana’a, per la “giornata della collera” indetta dalle opposizioni che chiedono la fine del regime del Presidente Ali Abdullah Saleh. I dimostranti si sono radunati nella capitale, in piazza Tahrir (ossia “liberazione”) che curiosamente ha lo stesso nome di quella del Cairo,  mentre altre rivolte sono previste in tutto il Paese. “La gente vuole un cambiamento nel regime“, urlano i manifestanti riuniti fuori dall’università di Sana’a. “No alla corruzione, no alla dittatura!“.

Sono scesi in strada anche alcune migliaia di sostenitori del Presidente e  la polizia teme che le due parti possano scontrarsi, scatenando violenze e scontri simili a quelli che sono avvenuti in Egitto nelle ultime ore.

Proteste che non si sono placate nonostante il Presidente Saleh abbia annunciato a sorpresa che non intende ricandidarsi alla scadenza del suo mandato nel 2013 e che suo figlio non si candiderà: “Non torno indietro. Ho preso questa decisione nell’interesse del Paese che viene prima del mio. Nessuna proroga, nessuna successione familiare, nessun orologio che si ferma è nel programma presidenziale”, ha detto Saleh parlando al Parlamento.  Il Presidente aveva tuttavia fatto un annuncio simile nel 2005, salvo poi tornare sui suoi passi nel 2006 quando fu rieletto per un nuovo mandato settennale.

Secondo i partiti d’opposizione, le promesse di Saleh non sono sufficienti e per questo motivo ne chiedono l’immediata destituzione:  “Nonostante le promesse fatte oggi dal Presidente di non ricandidarsi - hanno detto i vertici del partito islamico yemenita “al-Islah” alla tv araba “al-Jazeera” – la manifestazione è confermata perché vogliamo le sue dimissioni”.

Consapevole della crescente tensione, Saleh inizialmente aveva promesso misure contro la disoccupazione, l’aumento dei salari dei funzionari pubblici e dell’esercito, una riduzione delle imposte, modifiche alle tasse universitarie, l’ampliamento della copertura sanitaria. Poi ha messo da parte il tentativo di far approvare emendamenti costituzionali che lo avrebbero trasformato nel primo Presidente a vita nel Paese e ha deciso di lasciare l’incarico nel 2013.    

Il Presidente Usa Barack Obama avrebbe telefonato a Saleh per esprimergli sostegno per la sua iniziativa, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Saba. “Ha gestito bene la situazione, non vedo l’ora di lavorare con voi in una buona partnership tra i due paesi” avrebbe detto il Presidente Usa.

Lo Yemen è un alleato chiave degli Usa nella lotta al terrorismo e la sua fragile stabilità  preoccupa  molto gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato, Hillary Clinton, a Sana’a nelle scorse settimane, ha invitato Saleh ad aprire un dialogo con l’opposizione, sostenendo che questo avrebbe potuto aiutarlo a stabilizzare il Paese.

La situazione, infatti, non è delle migliori. Si tratta di uno dei Paesi più poveri del Medio Oriente: alta disoccupazione, salari bassi, prezzi crescenti, una dilagante corruzione, un calo delle risorse idriche ed energetiche stanno facendo cadere lo Yemen in un vero e proprio tracollo economico. Inoltre, l’emergere di un terrorismo sempre più crescente e di conflitti interni è un fattore che influisce notevolmente sulla stabilità del Paese. Infatti, oltre a fronteggiare il braccio armato di Al Qaeda, il governo sta cercando di placare una rivolta separatista nel sud e una tregua con i ribelli sciiti nel nord.

di Elisa Cassinelli

(febbraio - 3 - 2011)

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