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L’Australia trova i colpevoli su cui scaricare le responsabilità della sciagura delle Christmas Island

By   /   25 gennaio 2011  /   Commenti disabilitati

Dopo la morte di 50 persone annegate sulle coste dell’isola del Natale o Christmas Island che hanno turbato il mondo, l’Australia accusa 3 indonesiani di traffico di uomini. I tre erano tra le 100 persone a bordo della fragile imbarcazione che il 15 dicembre scorso si è schiantata contro gli scogli che circondano l’isole.

I 3 uomini, rispettivamente di 22, 32 e 60 anni, sono stati accusati di aver “organizzato il trasporto in Australia di un gruppo di 5 o più persone”.  Sono stati sentiti dalla corte di Perth, capitale dello stato dell’Australia Occidentale, e, se riconosciuti colpevoli, rischiano fino a 20 anni di reclusione e una multa di 300 mila Euro. Ai tre non è stato concesso di appellarsi e il dibattito è stato aggiornato a metà febbraio.

I passeggeri, nella maggior parte Iraniani, Iracheni e Curdi in cerca di asilo politico, avevano intrapreso il loro viaggio verso l’Australia partendo dall’Indonesia, ma l’imbarcazione, la SIEV 221, sia a causa dell’avaria di un motore sia del mare particolarmente agitato, finì contro gli scogli e affondò in meno di un’ora. I superstiti, aggrappati ai pezzi di legno della imbarcazione, cercarono di raggiungere l’isola. La guardia costiera riuscì a trarre in salvo 42 persone, mentre restano ancora dispersi i corpi di almeno 18 passeggeri.

Christmas Island si trova nell’Oceano Indiano a circa 2 mila e 600 km dalle coste australiane e solo 300 km dall’Indonesia. L’isola fu così chiamate dal navigatore William Mynors che le scoprì il giorno di Natale del 1643. Annessa dalla Corona Inglese nel 1888, fu amministrata da Singapore, da cui l’Australia nel 1957 la comprò per 2,9 milioni di sterline. Nel 2006 l’Australia ha aperto sull’isola un centro di detenzione per emigranti in attesa che la loro richiesta di asilo politico venga accettata.  La popolazione è di circa 1.300 di cui oltre la metà è di origine cinese.

La tragedia ha gettato un’ombra sull’Australia e ha riaperto il dibattito sulle immigrazioni illegali, dibattito spesso condotto come se le persone fossero “astratte”, ricorrendo al termine “boat-people” quasi a ignorare il loro significato umano. Ma, per la prima volta, le immagini strazianti trasmesse dall’isola quel pomeriggio del 15 dicembre hanno mostrato a milioni di australiani le facce impaurite di coloro che annaspando nelle acque gelide cercavano di salvarsi, raggiungendo le coste, e hanno fatto capire quanto fosse difficile guadagnarsi la pur breve via della salvezza.

Anche i quotidiani australiani che normalmente si sono schierati contro gli emigranti che provengono dall’Afghanistan, Sri Lanka e Iraq, dipingendoli come individui scaltri in cerca di scorciatoie per non passare attraverso i normali canali burocratici, si sono ravveduti. Infatti, il “Daily Telegraph” di Sidney, che lo scorso anno, nel riportare la notizia di uno sbarco di 800 clandestini, ha titolato : “INVASIONE”!, il giorno dopo il tragico sbarco del 15 dicembre titolava invece: “IMPOTENTI”!
 
L’Australia non vede di buon occhio i flussi migratori. Una delle ragioni principali che nel 2001 fece vincere le elezioni a Primo Ministro del conservatore John Howard fu la dura posizione che assunse in merito alla protezione dei confini durante quella che passò come “la crisi di Tampa”. In agosto del 2001, Howard inviò le forze speciali australiane per abbordare una nave da carico Norvegese, la MV Tampa, per bloccare i 439 rifugiati, nella maggior parte Afghani, prima che entrasse nelle acque territoriali australiane. Con l’avvicinarsi delle elezioni, pur di acquisire voti, Howard s’inventò che immigranti clandestini a bordo di un’imbarcazione a 100 miglia nautiche dalle Christmas Island avevano buttato a mare i bambini: affermazione che, successivamente, la commissione di inchiesta del Senato dimostrò del tutto falsa.

Ma servì a far crescere l’avversione contro i migranti e la popolarità di Howard, colui che teneva posizioni risolute nei confronti degli immigranti. Dopo le elezioni del 2001, il governo Howard instituì quello che divenne nota come la “Soluzione del Pacifico” (Pacific Solution), in cui i clandestini che chiedevano asilo venivano trasportati in campi di detenzione su piccole isole dell’Oceano Pacifico, le isole di Nuru e Manus. In questi campi, in attesa che venisse vagliato il merito e il livello di persecuzione da cui stavano fuggendo, la gente era rinchiusa, al pari dei detenuti. Situazione denunciata da diversi gruppi di attivisti per i diritti umani e da Amnesty International.

Con l’elezione a Primo Ministro di Kevin Rudd, la Soluzione del Pacifico, che aveva compromesso la reputazione del Paese a livello internazionale, venne abolita, ma non furono chiusi i centri di accoglienza sulle isole. Fu solo cambiato nome, passando dalla “Pacific Solution” alla “Soluzione Oceano Indiano” (Indian Ocean Solution), ma i comportamenti sono rimasti gli stessi. Né l’attuale Primo Ministro, Julia Gillard, del Partito Laburista, ha modificato alcunché. Anche lei ha mantenuto aperto il centro delle Isole Christmas, la cui capienza limite, di circa 2 mila persone, è stata già raggiunta all’inizio dell’anno. La Gillard ha però annunciato l’intenzione di volere aprire nuove strutture di accoglienza sulla terra ferma e, nel lungo termine, la possibilità di costruire, previo assenso delle autorità locali, un centro in Timor Est.

I dati comunque dicono che, nel 2010, 130 imbarcazioni hanno portato sull’Australia circa 6 mila e 300 emigranti, la cifra più alta in 20 anni. Numeri cui noi occidentali siamo ampiamente abituati.

di Vito Di Ventura

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