Ted Sullivan, responsabile della sicurezza di Facebook, rivela i retroscena di una battaglia condotta nel momento più cruento della contestazione tunisina contro il regime di Ben Ali, che tentava di mettere le mani sugli identificativi degli utenti del celebre social network. E lo fa da vera e propria star del web, rilasciando, ad un mensile culturale americano, un’intervista che suscita inquietudine per la maniera in cui il potere può controllare la rete. Gli utenti tunisini, in fermento in seguito al sacrificio di Mohamed Bouazizi, lamentavano l’impossibilità di connettersi alla rete.
Per dieci giorni Facebook non riusciva a capire cosa stesse succedendo fino a quando l’equipe di Sullivan ha scoperto quello che si stava tramando nel Paese magrebino. “Il principale fornitore di accessi ad internet aveva piazzato un sistema senza precedenti per recuperare gli identificativi e le password dei Tunisini iscritti a Facebook” dice Sullivan che accusa, senza nominarla, l’Agenzia Tunisina d’Internet di essersi piegata al volere della pirateria informatica.
L’organismo, che dipende dal Ministero delle Telecomunicazioni, ha iniettato nella pagina di connessione a Facebook uno snitch, un software, cioè, che consente di registrare l’indirizzo IP e la password che gli utenti digitano per connettersi al social network. Per aggirare il problema, Facebook ha dovuto realizzare una homepage protetta, con un indirizzo “https” al posto del normale “http, riservata solo agli utenti tunisini.
L’utente, per accedere tramite il suo account, avrebbe dovuto confermare la sua identità rispondendo ad una domanda segreta di sicurezza. Due misure queste, rivela ancora Sullivan, sufficienti ad evitare che il regime di Ben Ali potesse cancellare o modificare gli account di Facebook.
La firma di Mark Zuckenberg è entrata, quindi, in un grande evento politico, ma “…abbiamo deciso di trattare la questione come un problema tecnico e di tenere un profilo apolitico” precisa Sullivan. Ed è per questo che il gruppo americano ha aspettato che l’ex dittatore lasciasse il potere prima di rivelare la storia. Questo episodio conferma, ancora una volta, il controllo sulla rete tunisina denunciata già da diversi mesi dai Tunisini stessi e delle organizzazioni internazionali di difesa della libertà d’espressione. Nel luglio 2010, la rete internet Global Voices era stata fatta oggetto di un tentativo, da parte delle autorità, di recuperare gli identificativi degli abbonati a Gmail, la messaggeria elettronica di Google.
Il 3 gennaio scorso, i codici “maliziosi” messi in campo per permettere al potere tunisino di controllare l’accesso a Gmail, Yahoo Mail e Facebook, sono stati ugualmente pubblicati su internet.
di Giuseppe Favilla




