Due attivisti arrestati nel settembre 2009 dopo le proteste di piazza seguite alla contestata rielezione di Ahmadinejad, sono stati impiccati questa mattina a Teheran. L’agenzia stampa ufficiale iraniana Irna specifica che la Corte Rivoluzionaria ha riconosciuto i due uomini, Ja’far Kazemi e Mohammad Ali Hajaghai, colpevoli di moharebeh ovvero “guerra contro Dio”, di cooperazione con i Mujaheddin del Popolo, principale organizzazione armata di opposizione al regime iraniano e propaganda contro il sistema di governo islamico.
Ja’far Kazemi, 46 anni, fu arrestato il 18 settembre 2009 e portato nel carcere di Evin dove era stato interrogato e probabilmente torturato per mesi: forti pressioni erano state fatte per costringerlo a rilasciare, in un’intervista televisiva, una confessione falsa. Confessione che si era rifiutato di fare. Era stato accusato di aver partecipato alle proteste che seguirono l’esito contestato delle elezioni presidenziali in Iran nel giugno 2009 e per i suoi presunti contatti con il gruppo di opposizione. Fu condannato a morte per “inimicizia contro Dio” e il 26 aprile 2010 la sua condanna a morte fu confermata da una Corte d’Appello.
Mohammad Ali Haj Aghaei, 60 anni, arrestato e processato insieme a Ja’far Kazemi, era stato condannato a morte intorno all’aprile 2010. Condanna confermata dalla Corte Suprema nel settembre 2010.
In una intervista telefonica con la Campagna Internazionale per i diritti umani in Iran (ICHRI) , la moglie di Ja’far Kazemi ha detto: “Lo hanno giustiziato senza informare noi o il suo avvocato. Hanno preso mio marito la scorsa settimana e gli hanno chiesto di fare un’intervista. Gli avevano detto ‘o rilasci un’intervista o la tua condanna verrà eseguita in meno di una settimana.’ Ma mio marito non ha era d’accordo”. Poi prosegue: “Lo hanno impiccato alle ore 4.00, in quanto le esecuzioni si svolgono la mattina presto. Non avevano nessuna prova, solo un paio di fotografie e video trasmessi durante i raduni post-elettorali”. La moglie di Kazemi ha anche detto che il marito non era un membro dell’organizzazione dei Mujaheddin del Popolo, come invece il regime sosteneva.
L’estate scorsa il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton aveva fatto appello alle autorità iraniane perché non procedessero alle esecuzioni, ma ciò non ha impedito al regime iraniano di portare avanti una vera e propria ondata di esecuzioni.
La Campagna Internazionale per i diritti umani in Iran ha detto che 47 prigionieri, con una media di circa una persona ogni otto ore, sono stati messi a morte dall’inizio del nuovo anno. La maggior parte delle esecuzioni si ritiene sia in relazione ai reati di traffico di droga, anche se almeno due condannati sono stati attivisti politici. Secondo il ICHRI, l’Iran esegue più condanne a morte di qualsiasi altro Paese: almeno 179 persone nel 2010 e 388 nel 2009 sono state giustiziate.
Ghaemi Hadi, Direttore esecutivo del ICHRI, ha dichiarato: “Ci sono molte domande sul corretto procedimento giudiziario, sulle accuse contro persone giustiziate e persino sulla loro identità. Altre riguardano l’abuso del potere giudiziario da parte delle forze di intelligence e di sicurezza“.
Recentemente sono stati impiccati due attivisti, Saremi Ali, accusato di guerra contro Dio e Hossein Khezri, un prigioniero curdo accusato di appartenere al Pejak, un gruppo armato di opposizione curda. Almeno 14 attivisti curdi sono ancora in pericolo di esecuzione.
di Elisa Cassinelli
foto di Freedom Messenger




