C’è rabbia in Afghanistan tra i militari italiani. Molta rabbia per la morte del caporale maggiore Matteo Miotto. L’ennesimo caduto italiano in quel Paese lontano. L’ultima vittima del 2010.Sono stati 13 i soldati che hanno perso la vita nell’ultimo anno in Afghanistan.
Matteo Miotto, 24 anni, di Thiene, in forza al 7° reggimento alpini di Belluno è morto a seguito a tiro diretto all’interno del COP Snow, un combat out post situato nella valle del Gulistan. Più colpi esplosi probabilmente da diversi insurgents. Erano le 14.50 di ieri. Immediatamente è stata richiesta un’evacuazione medica ma alle 15.00 il militare è morto.
Si trovava in Afghanistan da luglio e da settembre era impegnato in Gulistan. Assieme agli uomini del suo reparto e ad una componente del genio era impegnato nella Task Force South East che dal primo settembre ha iniziato ad operare nell’area al confine con l’Helmand. Alpiere della 269^, in forza alla compagnia Alfa Coi al comando del capitano Daniele Castriota, sarebbe rientrato in Italia a breve.
Il corpo del militare italiano è stato trasportato presso l’ospedale americano di Delaram e alle 22.40, ora afghana, la salma, a bordo di un black hawk americano ha fatto rientro ad Herat.
Ad attendere l’arrivo del corpo il comandante della brigata “Julia”, il generale Marcello Bellacicco; il capo di Stato Maggiore della brigata spagnola, il colonnello Martinez; il rappresentante statunitense, il tenente colonnello Cuccia e decine di colleghi schierati sulla pista. Il picchetto ha reso gli onori al passaggio della salma dell’alpino caduto avvolto nel tricolore. La salma è poi stata trasportata presso l’ospedale militare spagnolo di Herat dove è stato effettuato un esame esterno.
Poi il corpo è stato composto e, poco dopo la mezzanotte, è stata aperta la camera ardente presso la sala polifunzionale “Italia 150°” di Camp Arena. Durante la notte a rendere omaggio al feretro centinaia di militari. Una processione, incessante, silenziosa, composta. In piazza Italia, all’interno della base italiana, la bandiera è a mezz’asta. Il freddo nella notte di Herat è fastidioso e pungente. Nessun festeggiamento tra i militari italiani per l’arrivo del nuovo anno. Non c’è nulla da festeggiare.
L’anno si è chiuso con un altro lutto. Sono passi quasi tre mesi da quel 9 ottobre nel quale persero la vita, sempre in Gulistan, 4 alpini dello stesso reggimento di Matteo Miotto. Ieri l’ultimo attacco da parte degli insurgents e stavolta con una nuova modalità. Niente ied, ordigni rudimentali disseminati lungo le strade, ma colpi di cecchino.
Nel pomeriggio di oggi, alle 17.30 afgane, presso la base di Herat, si svolgerà una cerimonia religiosa in onore di Matteo Miotto alla quale prenderanno parte tutti i colleghi.
Alle 20.00, ora locale, il feretro del militare caduto sarà caricato a bordo di un C130. Alle 21.00 è prevista la partenza alla volta dell’Italia. L’arrivo del feretro è previsto per le 10.30 di domani presso l’aeroporto di Ciampino. Ad accoglierlo ci saranno le maggiori cariche dello Stato.
Intanto in Afghanistan, nella base di Herat e in tutte le FOB, le forward operation bases, le basi avanzate il lavoro prosegue. I militari escono di pattuglia, presidiano i COP, i combat out post. La paura c’è. Forse non lo dicono, ma c’è. Così come c’è rabbia per l’ennesimo, proditorio attacco subito, per la grave perdita subita. Oggi però i militari operano con una motivazione in più: onorare la memoria dell’alpino che per questa terra sventurata ha dato la vita.
Ci si commuove nel rileggere i pensieri che il caporal maggiore Miotto aveva affidato ad una lettera inviata al sindaco di Thiene lo scorso novembre. Una missiva che il primo cittadino della città veneta lesse durante il consiglio comunale e poi ripresa dal quotidiano “Il Gazzettino”. “Come ogni giorno partiamo per una pattuglia – si legge nella lettera dell’alpino – Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce. Nel mezzo blindo, all’interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, niente altro nell’aria. Consapevoli che il suolo afgano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince. Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo”. Parole che hanno il sapore di un’amara tragica profezia e che rilette oggi, stringono il cuore. “Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: “brutta cosa bocia, beato ti che non te la vedarè mai” – prosegue la lettera pubblicata da Il Gazzettino – Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afghanistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi, ti direi: “visto, nonno, che te te si sbaià…”. Matteo torna dalla sua guerra in una bara avvolta nel tricolore.
di Ebe Pierini




