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Il Sudan tra conflitti e referendum

By   /   26 Dicembre 2010  /   Commenti disabilitati su Il Sudan tra conflitti e referendum

 Negli scorsi giorni nuovi violenti combattimenti tra forze governative e un’alleanza di gruppi ribelli hanno causato in Darfur almeno 40 morti tra i rivoltosi, secondo quanto riferito da fonti dell’esercito sudanese. Bilancio contestato dai ribelli che hanno invece rivendicato la vittoria negli scontri e parlano di due morti e cinque feriti. I combattimenti hanno raggiunto anche il settore di Shangil Tobaya, a circa 65 km a sud di El Fascher, la capitale storica del Darfur, regione occidentale del Sudan teatro da sette anni di una sanguinosa guerra civile. Un portavoce dell’esercito ha detto che le forze governative hanno attaccato e vinto l’Alleanza delle forze della resistenza formata dal Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (Jem) e dall’Esercito di liberazione del Sudan di Minni Minnawi (Sla-Minnawi).
Dodicimila persone stanno scappando dal sud del Darfur in seguito agli scontri dell’ultimo mese tra l’esercito sudanese e i ribelli del Movimento di Liberazione del Sudan. Le forze dell’Onu , in missione di pace dal 2006, hanno confermato che l’esercito ha attaccato i ribelli fedeli a Minni Minnawi la settimana scorsa e che gli scontri sono continuati fino a venerdì nel villaggio di Khor Abeche.

In Darfur la situazione è drammatica, nel 2003  i ribelli africani imbracciarono le armi contro il governo controllato dagli arabi, accusato di discriminazione e di esproprio della loro regione, per ottenere più autonomia. Secondo le Nazioni Unite ci sono stati 300mila morti e 2,7 milioni di sfollati che hanno dovuto abbandonate le proprie case per rifugiarsi in Ciad.

Inoltre, lo scorso luglio il presidente del Sudan, Omar Hassan al-Bashir, è stato incriminato dalla Corte Penale Internazionale con l’accusa di genocidio nel Darfur.

Ma la grande crisi umanitaria che da anni attraversa il paese è dovuta anche alle guerre tra nord e sud: dal 1983 al 2005, più di due milioni di persone morirono e quattro milioni furono costrette a lasciare le loro case. Nel 2005, un accordo di pace ha messo fine a 21 anni di guerra civile fra il nord musulmano e il sud cristiano-animista e ora, il nove gennaio, il Sudan voterà un referendum per decidere della secessione: se le elezioni avverranno regolarmente, è probabile che il sud voterà per l’indipendenza.

In una recente visita a Roma, Mustafa Osman Ismail, consigliere speciale di al Bashir aveva detto che il Sudan è pronto a riconoscere qualsiasi risultato dovesse arrivare dal referendum: “Ci sono molte voci sul fatto che dopo il referendum scoppierà un conflitto, perché una delle due parti non accetterà il risultato”, ha detto Ismail. La consultazione verrà monitorata dalla comunità internazionale: se gli osservatori diranno che il referendum è giusto, imparziale, allora lo accetteremo. Ci siamo combattuti l’un l’altro per oltre 50 anni, non vogliamo altre guerre”.

In seguito degli accordi del 2005 per la fine della guerra civile, nel paese vige attualmente una costituzione ad interim che limita la legge islamica e tutela le minoranze. Se il Nord, a maggioranza islamica, verrà separato dal Sud, la Sharia diventerà l’unica legge, l’Islam e l’arabo la religione e la lingua ufficiali del Sudan. “Se ci sarà la secessione cambieremo la costituzione e allora non ci sarà più tempo per parlare di diversità di culture e di etnie”, ha detto il presidente al-Bashir.

Il referendum deciderà dell’indipendenza del Sud e del destino del distretto petrolifero di Abyei. Due questioni importanti e  affrontate nell’ “Accordo comprensivo di pace” che nel 2005 ha messo fine ad una delle più lunghe guerre civili del continente: i sei anni di autonomia amministrativa attribuiti al Sud Sudan dall’ accordo di pace, si concluderanno con l’atteso voto di gennaio e quella che riguarda la regione centromeridionale di Abyei, considerata di importanza strategica perché in un’area ricchissima di giacimenti petroliferi. Gli abitanti saranno chiamati a decidere con un ulteriore voto a quale delle due nazioni vorranno appartenere.

Il segretario di Stato Hillary Clinton ha definito la separazione del Sud Sudan “una bomba ad orologeria”, soprattutto per quanto riguarda la spartizione delle risorse petrolifere. A tutto ciò si aggiungono i conflitti etnici che attraversano il paese e la sua parte meridionale e la crisi umanitaria che si dilaga sempre più.

Di Elisa Cassinelli

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