22
May , 2013
Wednesday
 

A novantacinque anni, il “gigante” del cinema italiano lascia la scena. Con Mario Monicelli, classe 1915, scompare la prima pagina della nostra storia fatta di celluloide. Uomini come lui non tornano più.

I giornali riempiranno le colonne con  la sua incredibile filmografia, dalla sua prima opera “Al diavolo la celebrità” diretta con Steno nel 1949 fino a “Vicino al Colosseo c’è Monti” un documentario girato nel 2008,  presentato a Venezia ed accolto con incredibile calore.

A Venezia mi ritrovai a vederlo scendere dal treno su cui viaggiavano anche i miei genitori. Era appunto il 2008 ed anche io avevo al festival un documentario sul grande Ugo Pirro, di cui avevo firmato la sceneggiatura con altri colleghi. Salutai Monicelli aiutandolo a scendere e gli accennai che ero un allieva di Ugo e che ci eravamo conosciuti anni addietro per un’altra storia, “La cosa pubblica”. Scoprii con sollievo che si ricordava sì della storia ma fortunatamente non del nostro incontro.

E sottolineo “fortunatamente” dato che quel giorno, sprofondata sul suo divano di casa, avevo rischiato quasi di morire soffocata per un fatto emotivo. Ora, a ripensarci, mi viene da ridere ma allora passai un brutto minuto.

Ero con Mariella Sellitti, anche lei sceneggiatrice e autrice con me de “La cosa pubblica”. Eravamo fortunosamente riuscite a far avere la sceneggiatura a “Lui”, o “Lo Zio Mario” come ormai lo chiamavamo in codice in mezzo agli altri. E Lui cosa fece? Un bel giorno ci telefonò e ci convocò a casa sua, nel rione Monti.

Mariella, solitamente molto spigliata, sulle scale mi intimò  “Parla tu” ed io, dura, assunsi il comando della spedizione. Solo che , non appena io iniziai a raccontare perché avessimo scritto una storia simile, un’enorme formazione di saliva mi tappò progressivamente la gola tanto da indurmi dopo pochi istanti al silenzio coatto e paonazzo, mentre, come in un fermo immagine,  Mariella mi fissava dalla sua poltroncina con gli occhi sbarrati come a dire “Bè? Che fai?” e Monicelli tornava prontamente dalla cucina con un bicchierone d’acqua provvidenziale.

La sera stessa, per non perdere neppure un istante di quella giornata incredibile, scrissi uno dei racconti di quella galleria di personaggi intitolata “Lei, invece, di che si occupa?”e di cui  qui pubblico un breve stralcio:

Tre piani. La porta è già socchiusa. “Si può? Permesso?”. E’ un classico.Entriamo in fila, una dietro l’altra, incerte sul da farsi ma lui ci viene già incontro “Entrate, entrate!”  Non so da dove compaia, io gli stringo la mano prima ancora di riuscire almeno a dargli un’occhiata. Lo seguiamo mentre ci fa strada nella stanza dove ci riceve, un salotto rosa antico e verde mela. La sua figura di spalle è quella asciutta di un uomo che ha passato i settanta ma il suo passo sicuro lo fa sembrare un ragazzo brizzolato. Ci sediamo tutti e tre, ognuno su un divano diverso. Siamo lontanissimi. Io e Mariella evitiamo di guardarci, anche perché che bisogno c’è? Si cercano con gli occhi solo gli innamorati, i bugiardi e …gli insicuri. Ma lo Zio Mario si dimostra da subito insoddisfatto delle postazioni, siamo troppo lontane, dice, e ci invita ad avvicinarci, poi subito passa all’offensiva: con fare tra l’inquisizione e il rimbrotto ad un nipote impertinente ci domanda perché ci chiamiamo Donata e Mariella, perché, dice, un motivo c’è sempre”.

Aveva ragione. Un motivo c’è sempre per tutto. Lui che ha fatto nascere sullo schermo una teoria infinita di  caratteri universali tesi a descrivere l’ “italianità” con le sue ricchezze e le sue miserie, lui che ha sempre conservato, anche sotto la cenere, il gusto catartico della risata, schietta, dissacratrice e sempre salvifica, non ha mai lesinato le sue verità, per quanto parziali potessero essere, sempre oneste.

Un uomo appassionato, Mario Monicelli, che negli ultimi anni non si è risparmiato neppure gli interventi appassionati nelle piazze, come quello contro il taglio al FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo.

Ho sentito l’ultima volta Mario Monicelli questa estate. Mi ha telefonato mentre ero in ufficio al Circolo Canottieri Sabaudia. La sua voce dall’altra parte del telefono mi ha fatto letteralmente schizzare in piedi dalla sedia. Mi sono incamminata verso il lago per isolarmi e sentire meglio. Aveva provato anche questa volta a leggere la storia che gli avevo mandato ma si era fermato dopo poco poiché, mi disse con una punta di sconforto, non vedeva quasi più. Io cambiai discorso subito e chiacchierammo d’altro e gli ricordai la mia performance nel suo salotto quando avevo rischiato di strozzarmi. Rise di cuore con quella sua risata piena e sincera, che è esattamente il suono con cui ognuno di noi vorrebbe essere ricordato.

Nella settimana delle proteste degli immigrati arrampicati sulle gru e sulle torri, degli studenti abbarbicati con gli striscioni ai monumenti, degli universitari accampati sui tetti delle facoltà, Mario Monicelli ha fatto un passo indietro ed ha abbandonato la scena. Il vuoto, quello vero, lo lascia in noi. Grazie Maestro.

di Donata Carelli

(novembre - 30 - 2010)

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