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Per Obama la missione in Afghanistan finirà entro il 2014

By   /   16 Novembre 2010  /   Commenti disabilitati su Per Obama la missione in Afghanistan finirà entro il 2014

L’Amministrazione Obama presenterà al prossimo vertice della NATO, in programma il 19-20 novembre a Lisbona, un piano in cui vengono delineate le linee strategiche della NATO per i prossimi anni che prevede la fine della guerra in Afghanistan entro il 2014.

Il piano americano per l’Afghanistan rispecchia quello applicato in l’Iraq e si basa sul trasferimento delle responsabilità alle forze di sicurezza Afghane, a partire dalla metà del prossimo anno e nelle aree che di volta in volta saranno dichiarate pronte per la transizione.

Questa strategia incontra il parere favorevole del Presidente Afgano, Hamid Karzai, il quale si è più volte espresso a favore della riduzione della presenza americana e dei relativi raid, per lasciare che gli stessi vengano condotti dalle forze afgane.
  
Il piano  presenta almeno due grossi punti interrogativi. La prima incognita sta nello stabilire se e quando le forze afgane saranno veramente pronte, e la seconda riguarda la stabilità delle regioni che saranno cedute di responsabilità.

Al momento, le Forze Afghane contano 264.000 uomini e entro il 2013 dovrebbero raggiungere il numero complessivo di 350.000. Ma più che il numero occorre definire la qualità della loro preparazione e il convincimento interiore di svolgere un ruolo democratico. In realtà, in passato, ci sono stati momenti di attrito sia per la scarsa partecipazione dei militari o dei poliziotti afgani e sia per la loro simpatia verso i Talebani.

Nel settore addestrativo ancora mancano istruttori e strutture idonee, anche se negli ultimi periodi si è cercato di spingere molto in tal senso. Tra gli ostacoli da superare vi sono innanzitutto l’alfabetizzazione delle truppe e il superamento delle etnie o clan di appartenenza per rendere le Forze Amate omogenee e coese e, poi, conquistare “la mente e il cuore” della popolazione civile, attraverso la consapevolezza che l’Esercito Afghano e le Autorità istituzionali in generale da loro rappresentate operano al loro fianco.

Inoltre vi è una bassissima scolarizzazione (circa il 15% delle reclute sa leggere e scrivere), il che significa che la maggior parte del personale va prima istruita, affinché sia in grado di capire i manuali di istruzione delle armi o i regolamenti. Poi vi è da superare lo scoglio delle etnie e le regioni geografiche di provenienza e quindi le difficoltà dovute alle tradizioni e ai costumi regionali che rendono l’interazione problematica. Ciò, in campo militare, assume un valore penalizzante in quanto l’amalgama rende il gruppo coeso, gli infonde il senso del cameratismo e lo spirito di corpo o di appartenenza. Sentimenti che sono alla base delle unità. Occorre quindi un cambiamento di mentalità che può avvenire solo con un cambio generazionale.

Per conquistare la fiducia dei cittadini, occorre per prima cosa combattere la corruzione. Non si tratta, infatti, di formare nuove milizie per futuri signori della Guerra, ma di creare solidi ponti tra la popolazione civile e le forze istituzionali Afghane. Occorre rendere tangibile l’opera di trasformazione e di democratizzazione, attraverso nuove infrastrutture (case, scuole, asili, strade, etc.) e, principalmente, una diffusa legalità e giustizia sociale.  

In merito poi alla stabilità delle regioni e provincie, il governo americano sta già valutando quale siano quelle che possono essere cedute in “sicurezza”, cioè aree in cui non c’è presenza di Talebani o è ridotta al minimo e non comporta grossi problemi alla scurezza. Secondo il piano l’ultima area da cedere dovrebbe avvenire alla fine del 2012, compresa la più difficile, Khost, a est di Kandahar. Ma qui il discorso si fa estremamente difficile perché attualmente non si ha la sensazione che ci siano aree completamente sotto controllo e gli attentati che si susseguono da nord a sud, da est a ovest lo testimoniano.

Ancora una volta gli Stati Uniti propongono il loro studio agli Alleati senza che questi siano stati interessati in fase di elaborazione dello stesso. I Paesi saranno chiamati ad esprimersi sulla base di una presentazione di una cinquantina di lastrine che a livello teorico non può che incontrare il favore in quanto tutti sono pressati al loro interno affinché questa guerra termini al più presto.

Si ha la sensazione che questo piano serva più all’Amministrazione Obama per recuperare consensi e per mettere a tacere sia le critiche interne dei Repubblicani, che non avevano visto di buon occhio il ritiro entro il 2011, ritenuto troppo affrettato, e sia dell’opinione pubblica, stanca di vedere i propri figli cadere sotto il fuoco dei Talebani. 

di Vito Di Ventura

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