Aung San Suu Kyi, l’attivista birmana premio Nobel per la pace, è stata finalmente liberata dalla Giunta militare che la teneva agli arresti domiciliari da sette anni. La conferma che il regime avrebbe rispettato la scadenza della sua condanna agli arresti domiciliari è arrivata ieri verso le 17 locali quando le barricate che da anni bloccano l’accesso alla sua abitazione sono state rimosse. Alcuni funzionari sono entrati all’interno della casa per leggere alla dissidente l’ordine di liberazione emesso dalla giunta. A quel punto un bagno di folla ha accolto il simbolo della lotta per la democrazia in Birmania che si è poi rivolta ai suoi sostenitori dicendo: “Se lavoreremo uniti raggiungeremo i nostri obiettivi. Abbiamo molte cose da fare”.
Parole queste che hanno fatto commuovere non solo le migliaia di persone presenti ma anche il mondo intero.
La sentenza di arresti domiciliari era stata emanata nell’agosto scorso, quando un tribunale aveva stabilito che Suu Kyi aveva infranto la legge che protegge lo Stato dagli “elementi sovversivi” in quanto aveva consentito a un intruso statunitense di rimanere a casa sua per due notti.
In totale ha trascorso 15 degli ultimi 21 anni in detenzione: Nel 1989 era stata reclusa per la prima volta in casa. Liberata nel 1995, viene di nuovo imprigionata cinque anni più tardi, nel 2000. Liberata nel 2002, il suo ennesimo arresto avviene un anno dopo quando un convoglio sul quale viaggiava finì in un’imboscata, organizzata apparentemente dal regime e venne arrestata, insieme ad altri collaboratori.
Ora però è una donna libera. E come primo atto da donna libera potrebbe ritirare il premio Nobel che gli fu assegnato nel 1991. Il presidente della commissione, Thorbjoem Jagland, ha infatti chiesto alla donna di recarsi al più presto ad Oslo ritirare il premio. Suu Kyi non ritirò il premio perché gli fu impedito, al suo posto andarono in Norvegia i suoi due figli, Alexander e Kim.
La notizia della sua liberazione è stata appresa con gioia ed entusiasmo non solo in Myanmar ma anche nel resto del mondo. Nelle ultime ore molte sono le dichiarazioni da parte di leader europei ed internazionali. Il presidente americano Barack Obama che ha detto: “Mentre il regime birmano tentava di isolare e ridurre al silenzio Aung San Suu Kyi, lei ha continuato la sua coraggiosa lotta per la democrazia e il cambiamento in Birmania. E’ la mia eroina ed è una fonte di ispirazione per tutti coloro che si adoperano a favore dell’affermazione dei diritti umani in Birmania e in tutto il mondo“.
Dopo 20 anni dall’ultima consultazione, le elezioni di domenica scorsa hanno visto tornare alle urne milioni di birmani: un voto che è stato considerato una vera e propria farsa inscenata per consentire all’attuale establishment militare di continuare a governare il paese indossando abiti civili.
La liberazione di Aung San Suu Kyi potrebbe dunque aprire una nuova fase nella relazioni internazionali di Myanmar e all’interno del paese. La sua lotta per la democrazia e per i diritti umani rappresenta da sempre il simbolo della lotta birmana.
Di Elisa Cassinelli



