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Oltre 15.000 rifugiati in fuga da Myanmar

By   /   10 novembre 2010  /   Commenti disabilitati

Dopo le elezioni farsa di domenica scorsa in Myanmar, ex Birmania, sono già oltre 15.000 i rifugiati in fuga che hanno attraversato il confine con la Tailandia, sotto gli spari delle truppe governative, che hanno ucciso almeno 3 persone e ferito una diecina.

Le elezioni, tenutesi dopo 20 anni e che il governo ha definito “la via per la democrazia”, hanno provocato la rivolta delle minoranze etniche che contano il 40% della popolazione e accresciuto il timore che possa scoppiare una guerra civile. Alcune minoranze hanno combattuto il governo centrale sin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna, ottenuta nel 1948, da quando il Paese è governato da una giunta militare.

Negli scontri, i ribelli Karen hanno conquistato una stazione di polizia e un ufficio postale nella città di Myawaddy, ai confini del Myanmar. Colpi di mortai e armi da fuoco, ancorché sporadici, hanno continuato lunedì e si sono estesi anche al sud, al passo delle Tre pagode (“Three Pagodas Pass”), senza però provocare altre vittime. Secondo il comandante della Terza Regione militare, Col. Wannatip Wongwai, responsabile della sicurezza dell’area, le truppe governative hanno preso il controllo di Myawaddy e che i ribelli Karen mantengono solo alcune posizioni alla periferia della città.

I campi rifugiati in Tailandia già ospitavano migliaia di rifugiati di etnia Karen che nel tempo avevano lasciato i territori ai confini, per sfuggire a decenni in guerra. Lunedì è stato il giorno di maggiore affluenza. I rifugiati vengono scortati dal personale Tailandese addetto alla sicurezza, attraverso le strade della città di Mae Sot che si trova al di là del fiume che attraversa la città di Myawaddy.

Le Organizzazioni non governative e l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati stanno fornendo tende e altri materiali di ricovero e prima sistemazione alla gente accampata nelle vicinanze dell’aeroporto di Mae Sot, in una zona che si è subito strapiena. La gente continua ad arrivare e alcuni stimano il numero raggiungerà e supererà i 20.000. I più fortunati fuggono in bicicletta o in camion sgangherati, altri portano sulla testa gli effetti personali.

I combattimenti hanno fatto passare in secondo piano gli sviluppi elettorali e la crescente delusione da parte dei partiti anti-governativi che accusano di brogli a favore dei candidati imposti dai militari.

Anche il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in visita a New Delhi, ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, hanno espresso il loro disappunto sulle elezioni e le preoccupazione per le notizie degli scontri, chiedendo a tutte le parti in causa di astenersi da azioni che possano alzare ulteriormente la tensione.

I giornali nazionali e la Commissione Elettorale hanno riportato che tutti i 40 candidati sostenuti dalla giunta hanno vinto le elezioni, ma il giorno dopo i seggi sono stati chiusi e ufficialmente non sono stati forniti né dati ufficiali né i dettagli dei voti, sostenendo che non c’è stato tempo per divulgarli.

Il partito sostenuto dai militari ha vinto il 77% dei seggi. L’USDP (Union Solidarity and Development Party) ha presentato candidati in quasi tutti i distretti elettorali, 1.112 candidati per 1.159 posti nei due rami del parlamento e 14 parlamentari regionali, mentre il partito di opposizione Forza Democratica Nazionale (NDF) ha potuto concorrere solo per 164 posti, ottenendo solo 16 seggi. Poiché la costituzione prevede che il 25% dei seggi siano assegnati ai candidati militari, ai partiti vicini alla giunta è necessario conquistare solo il 26% dei restanti seggi per assicurarsi la maggioranza.

Khin Maung Swe ha denunciati i brogli e ha portato come esempio l’emblematico caso della città di Mandaly dove il candidato del NDF era in vantaggio su quello dell’USDP, ma durante la notte su 3.376 schede  2.500 sono risultate a favore del candidato dell’USDP che ha alla fine vinto.

L’NDF è nato dalla scissione del precedente “National League for Democracy” del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che ottenne una valanga di voti nelle passate elezioni del 1990, ma le fu impedito di assumere l’incarico e il partito è stato sciolto quest’anno, dopo che si è rifiutata di  ricandidarsi.

Gli arresti domiciliari per Suu Kyi dovrebbero essere scaduti proprio sabato scorso e il suo legale Nyan Win si è detta certa che venga rilasciata. La Suu Kyi vive agli arresti domiciliari nella sua villa di Yangon, anche se in modo saltuario, sin dal 1989 ed è una dei 2.200 prigionieri politici del Myanmar.

di Vito Di Ventura

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