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Il grande giorno di Toni Servillo

By   /   6 Novembre 2010  /   3 Comments

E’ un raggiante Toni Servillo a vincere di larga misura il Marc’Aurelio come migliore attore di questa quinta edizione del Festival del Cinema di Roma. Un premio acclamato, dunque al di sopra di ogni sospetto. La pellicola “Una vita tranquilla”, opera seconda, di Cupellini che lo vede protagonista è ben fatta, intensa e pervasa da un’atmosfera che, come era stato per “Le conseguenze dell’amore” e per “La ragazza del lago”, si rivela del tutto congeniale all’interpretazione del protagonista.

Se in Gorbaciov, la prova di Servillo era apparsa velatamente esasperata nella cura della mimica facciale e del passo tanto da risultare a tratti compiaciuta e un filo leziosa, con il personaggio di Rosario, ristoratore italiano di successo emigrato in Germania, Servillo restituisce una recitazione asciutta, misurata e intensamente tragica che affabula lo spettatore dall’inizio alla fine della film.

Tanti e sentiti gli applausi all’ottimo interprete, mentre un’accoglienza più cauta è stata riservata alla premiazione come miglior film del danese “Kill me please” di Olias Barco. Interamente in bianco e nero, irriverente e comicamente noir, il film si è di certo fatto notare per la sua sferzata innovativa, per il tono grottesco usato come chiave per affrontare il dibattuto tema dell’eutanasia, sia per la regia originale e mai scontata. Un cocktail di elementi che, nel nostro ormai tristemente piatto “encefalogramma”socioculturale, sarebbe semplicemente impensabile immaginare poiché mai si troverebbe un produttore disposto ad investire in un film simile. Ma non a caso il film è nato in Danimarca.

 Al di là di queste considerazioni, la volontà di osare prende più volte la mano al regista che non sempre riesce a tenere uniti misura, grottesco e ritmo. Eppure “Kill me please” la spunta anche sull’altro film che aveva convinto pubblico e critica “Five days shelter” di Ger Leonard, film irlandese denso e sofferente di soli 76’ minuti che tuttavia miscelava con estrema sapienza un profondo dolore esistenziale e la luminosità inattesa e salvifica di una speranza sempre in agguato.

 Gran premio della giuria e premio del pubblico ad un altro danese “In un mondo migliore di Susanne Bier, Premio speciale della giuria a “Poll” di Chris Kraus. Il Marc’Aurelio per la miglior attrice premia invece un gruppo, ossia tutte le attrici di “Las buenas hierbas” di Maria Novaro, a sottolineare la coralità femminile del film. Il Premio voluto dal Presidente Napolitano è andato a “Dog Sweat” di Hossein Keshavarz.

Miglior documentario sezione Extra è “De Regenmakers” di Floris-Jan Van Luyn che porta a casa anche un’importante menzione col Premio WWF.

Quanto alla sezione “Alice in città”, dedicata al pubblico giovane e giudicante delle scuole di ogni ordine e grado, restano a bocca asciutta sia il bel “Quartier lointain” di Sam Garbarski –il regista di “Irina Palm”- forse più godibile da un pubblico adulto, nonostante il protagonista adolescente, per le corde toccate, sia “Las Melhores Coisas do Mundo  di Lais Bodanski, (scritto dal  bravo sceneggiatore Luiz Bolognesi, già autore della sceneggiatura de “La terra degli uomini rossi” di M. Bechis) film brasiliano accolto con entusiasmo trascinante dal giovane pubblico.

Hanno la meglio “I want to be a soldier” di Christian Molina, prodotto da una Valeria Marini raggiante di gioia, e “Adem” di Hans Van Nuffel.

Si conclude così la quinta edizione del Festival del Cinema di Roma con un bilancio decisamente positivo. Quanti infatti hanno lanciato funesti presagi a causa della mancata partecipazione sul red carpet di una nutrita schiera di star internazionali, o lamentandosi per la scelta che andava a toccare il ponte dei Santi, o addirittura paventando che la manifestazione pacifica“Tutti a casa” potesse scoraggiare pubblico, critici e addirittura compratori esteri, non hanno tenuto nel giusto conto l’offerta più importante, quella della qualità delle pellicole che si sono rivelate per lo più valide e certamente di spessore.

E poiché, fortunatamente, il cinema è un rito comunitario ed il verdetto finale giunge nelle sale e viene dal basso, cioè dal pubblico pagante e non dagli arzigogoli più o meno oggettivi della critica o della politica, le sale hanno registrato, quest’anno più che mai, un numero sempre crescente di pubblico e di accreditati, avvalorando sempre più la necessità di un festival del cinema romano a vocazione popolare, nello splendido scenario dell’Auditorium parco della Musica. E’ qui che già si pensa alla sesta edizione 2011. di Donata Carelli  

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