18
May , 2012
Friday
 

Alcuni vandali, nella notte di domenica, hanno scritto frasi ingiuriose e incendiato una moschea nella West Bank in un attacco imputabile ai coloni israeliani.

Secondo le prime ricostruzioni, sei uomini armati a bordo di un’auto bianca sarebbero passati nel villaggio di Beit Fajjar, vicino a Betlemme, intorno alle 3 di mattina e avrebbero spruzzato con una bomboletta spray sui muri della moschea alcuni insulti in ebraico prima di dare fuoco all’edificio. Diverse copie del Corano e alcuni tappeti di preghiera sono stati inceneriti nell’attacco, fa sapere Ali Sawabta funzionario del consiglio municipale della piccola cittadina.

Un portavoce della polizia israeliana, Micky Rosenfeld, ha dichiarato che e’ stata avviata un’indagine, senza fornire dettagli su chi potrebbero essere i responsabili dell’attentato. I militari israeliani hanno descritto l’attacco come un “incidente grave” e hanno assicurato di aver lanciato una vera e propria “caccia all’uomo” contro i perpetratori.

Richard Miron, inviato dell’ONU in Medio Oriente, ha definito l’atto come “scioccante e assolutamente inaccettabile,” e ha invitato Tel Aviv a trovare e punire i colpevoli. Aggiungendo che “Israele come la potenza occupante ha l’obbligo di proteggere la popolazione civile e le proprietà, inclusi i siti religiosi”.

Intanto Hamas ha condannato l’azione descritta come “la profanazione sionista della casa di Dio”.

Da dicembre dello scorso anno si sono moltiplicati in Cisgiordania episodi di violenza simili attribuiti ai coloni.

Intanto il ministro alla Difesa, Ehud Barak, in una dichiarazione rilasciata questa sera ha affermato che “i colpevoli sono dei terroristi che hanno agito con il chiaro intento di minare i colloqui di pace ed il dialogo con i palestinesi”. 

I coloni israeliani hanno adottato quella che viene chiamata la politica del “price tag”, secondo la quale i palestinesi, i loro campi o i villaggi vengono attaccati ogni volta che Tel Aviv prende misure per limitare la costruzione degli insediamenti.

La disputa sulle nuove costruzioni ebraiche è stato il fulcro delle tensioni nei negoziati diretti mediati dagli USA volti al recupero dei colloqui di pace fra Israele e Palestina, dopo che la moratoria di dieci mesi sugli insediamenti e’ scaduta il 26 settembre.

I palestinesi vedono la costruzione di ulteriori insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est come un ostacolo importante per la costituzione del loro Stato. La Comunità internazionale considera tutti gli insediamenti illegali, e la controversia è stata una delle questioni più spinose affrontate durante i passati tentativi di pace. Intanto la leadership palestinese ha fatto sapere che sara’ possibile riprendere i colloqui solo quando la colonizzazione verra’ congelata completamente. “Solo cosi’ sara’ possibile creare un’atmosfera favorevole alle trattative” spiega il portavoce di Abu Mazen, presidente dell’Anp, Nabil Abu Rudeina.

Samr Al Aflak

(ottobre - 4 - 2010)

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