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Una finestra sul conflitto israeliano-palestinese

By   /   23 Settembre 2010  /   Commenti disabilitati su Una finestra sul conflitto israeliano-palestinese

Lunedì scorso l’Associazione Senza Paura , il Comitato Rachel Corrie, il Centro delle Culture e il Comitato Donne iraniane Genova, hanno presentato nella sala di rappresentanza della Regione Liguria “Salam/Shalom: la pace possibile”, un incontro con i Comitati Popolari per la Resistenza non violenta palestinese, “Palestinesi e Israeliani uniti per rompere il ciclo della violenza e trovare una via di pace partendo dal basso, dalle persone comuni che condividono le stesse aspirazioni di vita normale”. In sala erano presenti per portare la propria testimonianza Ronnie Barkan, israeliano, membro degli “Anarchists against the wall” che prende regolarmente parte alla manifestazioni non violente contro il famigerato muro dell´Apartheid costruito dal governo Israeliano; e Lubna Masarwa, palestinese di cittadinanza israeliana, che oltre ad aderire ai comitati popolari non violenti era a bordo della Mavi Marmara, la nave della Freedom Flotilla attaccata dai militari israeliani.

Al centro dell’incontro c’e’ l’esigenza di fare chiarezza rispetto ad un conflitto che il piu’ delle volte non viene riportato esattamente nelle sue dinamiche e motivazioni dai media occidentali e del mondo, e di esortare le persone a sostenere il popolo palestinese alienato e discriminato da anni dallo Stato di Israele.

Nell’ultimo periodo infatti, il problema dell’acqua sta diventato sempre piu’ forte per il popolo palestinese che vede negarsi i piu’ fondamentali dei diritti e i numeri parlano chiaro. Sono infatti 7 milioni gli abitanti che vivono in Israele e 1.400.000 sono israeliano-palestinesi mentre in Cisgiordania (o West Bank) vivono 2.4000.000 palestinesi e 450.000 coloni israeliani. Nella Striscia di Gaza 1.500.000 palestinesi sono rinchiusi nel blocco militare israeliano in una delle aree più densamente abitate al mondo. Israele detiene il controllo quasi totale della falda acquifera che proviene dalla Falda Montuosa, una risorsa idrica comune, sfruttando l’ 80 % della produzione per le proprie esigenze mentre il restante 20% viene lasciato ai palestinesi. Circa 200.000 palestinesi in Cisgiordania non sono collegati alla rete idrica: molti sono costretti ad acquistare l’acqua dalle autocisterne venduta da privati che costano il triplo. Le colonie israeliane nei territori occupati, illegali secondo la Convenzione di Ginevra e le risoluzioni dell’Onu, hanno ampie fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine.  A Gaza invece l’unica falda acquifera costiera è contaminata e inutilizzabile per uso domestico. Inoltre il blocco che che le forze armate israeliane esercitano alle frontiere non permette di importare il materiale necessario alla costruzione di impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare e di depurazione dell’acqua dei pozzi.

Questa e’ solo uno dei tanti aspetti che riguarda la questione palestinese. Ronnie Barkan, attivista che lavora anche per la BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzione) una campagna internazionale per il boicottaggio di Israele, vuole contrastare il sistema di Israele per denunciare il fatto che vengano sottratte terre ai palestinesi che vedono negarsi così i più fondamentali dei diritti umani. Il problema dei profughi palestinesi e’ centrale: per risolvere il conflitto infatti occorre tenere in considerazione 6 milioni di profughi successivi all’occupazione militare. “Israele nasce nel ’48 sulla rovina dei paesi palestinesi. Per come stanno le cose non si discute piu’ sul fatto se fosse stato organizzato o meno ma ci si concentra sull’uccisione di tutti questi palestinesi. Molti profughi sono rimasti all’interno di Israele, in condizione drastiche e sotto il controllo militare. Israele si basa su una concezione di pulizia e separazione etnica. Per questo fin dall’inizio non si poteva considerare una democrazia.”

La separazione implica il fatto che Ronnie (israeliano) e Lubna ( cittadina israeliana di origine palestinese) pur vivendo entrambi in Israele non godono degli stessi diritti. Per esempio dal punto di vista legislativo, per un reato entrambi dovrebbero pagare alla stessa maniera, in realta’ cio’ che accade e’ che se il reato e’ compiuto da un israeliano di origine palestinese questo avra’ una punizione piu’ pesante rispetto ad un israeliano ebreo.

Il muro dell’apartheid separa intere famiglie e il contatto fra loro diventa molto difficile se non impossibile. Ronnie racconta che il muro e’ ancora in costruzione nella West Bank vicino alla Green Line (confine del ’67): “Se guardiamo la mappa vediamo che questo muro sta entrando in Palestina, sta sottraendo terre ai palestinesi. Il 67% dell’acqua entra cosi’ a far parte di Israele. Tutto cio’ sta creando dei veri e propri ghetti nella quale sono rinchiusi i palestinesi e molte citta’ che prima erano centrali per il commercio ora stanno diventando città fantasma. Dicono ce questo muro venga costruito per ragioni di sicurezza. Ora stanno costruendo una via ferroviaria tra Tel Aviv e Gerusalemme, via che prima faceva parte del territorio israeliano. Ci furono pero’ alcuni ebrei che contestarono la sua costruzione e quindi fu ridisegnata e spostata nei territori palestinesi, sottraendo ancora terra. In questo modo non hanno rispettato la legge internazionale preferendo ciò piuttosto che affrontare la volontà di alcuni ebrei fondamentalisti”.

Ciò che preme dunque e’ che lo stato di Israele venga trattato come qualsiasi altro paese e che venga fatta pressione da parte della Comunità internazionale. Ronnie sostiene che “tutti possano partecipare assieme alla BDS nella lotta di pressione nei confronti di Israele che inizia ad aver paura. Le leggi assurde emanate dal parlamento israeliano dimostrano che sta reagendo alle nostre azioni perche’ spaventata. L’attacco alla Flottila dimostra che Israele non riesce più a gestirsi”.

E proprio a bordo della Freedom Flotilla c’era Lubna Masarwa che negli ultimi anni lavora all’interno di un Comitato popolare e per il movimento “Free Gaza”. Le sue parole raccontano di un dramma senza fine: “ E’ da 62 anni che denunciamo i check point, il muro e la distruzione di Gaza. Tutti voi sapete che sono stati uccisi piu’ di 1400 persone durante l’operazione ‘Piombo fuso’ tra cui 400 bambini. Abbiamo visto che i militari israeliani hanno attaccato la Flottilia uccidendo 9 persone  ovvero pacificisti e attivisti. Credo che il cambiamento possa avvenire solo attraverso le persone, la massa. Cio’ che chiedo e’ giustizia, non solo per i palestinesi, si tratta di un conflitto che entra in un quadro piu’ grande, quello tra oppressi e padroni.”

Da quando il governo israeliano ha deciso di costruire il muro dell’Apartheid appropriandosi cosi’ di terreni agricoli, risorse idriche e siti archeologici, si sono formati vari Comitati popolari tra cui quello di Bil’in, un piccolo villaggio della Cisgiordania diventato simbolo della nuova politica di resistenza del popolo palestinese. Ogni venerdì decine di abitanti del villaggio insieme a volontari provenienti da tutto il mondo e da associazioni israeliane manifestano contro la costruzione del muro. Cio’ che accade periodicamente sono le aggressioni da parte dei soldati israeliani, arresti dei partecipanti arrivando addirittura a sfondare le porte di casa.

L’espropriazione delle terre ai palestinesi e’ all’ordine del giorno: “Quando Israele vuole rubare terra ordina semplicemente che quella superficie venga considerata zona militare in modo che nessuno possa così accedervi”- ha  raccontato Lubna- “Cio’ che vuole Israele e’ che noi accettiamo di essere divisi, sotto occupazione. Ci vuole negare anche il diritto di esistere.”

Negli ultimi anni ci sono sempre piu’ arresti nei confronti di attivisti che si trovano in Cisgiordania,  questo e’ segno che sta crescendo la volonta’ di opprimere questo attivismo perche’ fa paura al governo israeliano. Nonostante il fatto che le manifestazioni organizzate siano non violente, gli israeliani usano la forza contro i palestinesi, arrivando ad uccidere senza pieta’.

I negoziati di pace dunque non cambiano la situazione. Ronnie infatti sostiene che siano solo un modo per posticipare le cose e allo stesso tempo si presenta come un processo nella quale israeliani e palestinesi devono entrambi rinunciare a qualcosa. In realtà le cose non dovrebbero essere cosi’. Si tiene conto solo della volonta’ di Israele, senza rispettare le leggi internazionali che invece dovrebbero in qualche modo difendere i diritti del popolo palestinese.

Elisa Cassinelli

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