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Lo scheletro di De Dominicis apre le porte del Maxxi

By   /   20 Settembre 2010  /   Commenti disabilitati su Lo scheletro di De Dominicis apre le porte del Maxxi

Calamita cosmica”, uno scheletro lungo 24 metri il cui dito indice sorregge un’alta asta dorata, è il capolavoro di Gino De Dominicis del 1989 che introduce alla monografica curata da Achille Bonito Oliva al Maxxi.

Il percorso espositivo racconta la personalità complessa dell’artista marchigiano (Ancona 1947 – Roma 1998) attraverso 130 opere che sono disposte secondo criteri tematici – e non cronologici – in cui le opere si presentano come vere e proprie epifanie seguendo la dinamica fluida ed aerea del museo.

Assecondando la propensione di De Dominicis per il pensiero originario e prelogico, il susseguirsi delle opere suggerisce una sorta di ascesa iniziatica: dal cortile esterno in cui il visitatore è accolto dall’ossuto gigante, si accede all’atrio che subito stempera con una nota d’ironia l’iniziale macabra impressione: la “Mozzarella in carrozza” è infatti una vera carrozza che contiene una vera mozzarella, prendendo alla lettera il gioco di parole della locuzione da osteria. De Dominicis, che non aderì mai a nessuna etichetta artistica, si fa infatti beffa del sistema concettuale ortodosso, per cui l’arte, al limite, può essere ridotta a mera riflessione sul linguaggio.

La mostra procede nella Sala Gian Ferrari dove sono visibili opere degli anni ’60 e ’70 in cui l’artista riflette sui temi del confine tra visibile e invisibile (straordinarie le sue “statue invisibili”), dell’ubiquità, dell’entropia, del rovesciamento gnoseologico.

Qui ritorna ancora, come ossessione del memento mori, l’immagine dello scheletro, dotato questa volta di pattini a rotelle: ne “Il tempo, lo sbaglio, lo spazio”, l’errore è appunto quello di servirsi di uno strumento (i pattini) per accelerare la corsa dell’uomo nel tempo: viceversa De Dominicis scriveva nella sua “Lettera sull’immortalità” del 1969 che “per esistere veramente dovremmo fermarci nel tempo”.

In effetti il tema dell’immortalità, cui è dedicato il titolo della mostra capitolina “Gino De Dominicis: l’immortale” è una costante nel percorso creativo dell’artista. A partire dalla sua prima opera romana, “Necrologio” del 1969, dove annuncia data e luogo del proprio decesso: un escamotage che rovescia il senso comune di lettura dichiarando così la propria immortalità (attraverso l’arte) e guadagnandosi una dimensione sospesa nel tempo e nello spazio.

Lasciando la Sala Gian Ferrari, la mostra prosegue lungo il corpo scala del museo – simbolo ermetico di ascesa verso il sublime – dominato dalla registrazione di una fragorosa risata “D’io” che collega i diversi livelli espositivi.

Si giunge infine all’ultimo piano nella Galleria 5 dove emerge in maniera esplicita la grande passione di De Dominicis per il mondo ancestrale e per i suoi simboli, quelli Sumeri in particolare: ecco quindi descritta con fulgide sagome color oro o neri brillanti, l’epopea di Gilamesh come riunificazione dell’elemento femminile e di quello maschile; ed ecco pure i misteriosi personaggi dal naso adunco, simbolo di veggenza divina e sorta di alter ego dell’artista stesso.

In definitiva, seppure contravvenendo in parte alla nota ostilità dell’artista marchigiano alla diffusione delle proprie opere (nutriva una vera idiosincrasia nei confronti della riproduzione delle immagini del proprio lavoro), questa mostra ha il grande merito di far conoscere ai più un artista elitario e controverso, anche attraverso la pubblicazione della prima monografia dedicatagli dai tipi di Electa.

Appare inoltre ragguardevole la reciproca capacità di valorizzazione delle opere e del contesto spaziale : la straordinaria forza visionaria, unita all’alchimia dei colori di De Dominicis esaltano l’armonia della struttura dell’architetto Hadid.

di Aurora Portesio

Gino De Dominicis: l’immortale
A cura di Achille Bonito Oliva
Dal 30 maggio al 7 novembre 2010
Maxxi. Via Guido Reni 2, Roma
Orario: martedì – domenica ore 11-19; giovedì ore 11-22

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