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L’intervista a Maurizio Clerici: un architetto sportivo

By   /   9 September 2010  /   Comments Off

Maurizio Clerici nato a Milano 81 anni fa, dopo il liceo e il biennio di architettura all’Università di Palermo, si è laureato in architettura a Firenze nel 1955. Nel 1956 inizia la sua carriera professionale presso lo studio dell’architetto Annibale Vitellozzi. Tante le sue collaborazioni nella realizzazioni degli impianti sportivi, tra cui il Palazzetto dello Sport e la Piscina Olimpica al Foro Italico. Nel 1957 è chiamato a collaborare con il prof. Nervi ai particolari esecutivi architettonici del Palazzo dello Sport di Roma, come coadiutore di Vitellozzi al C.S.I.S. – Centro Studi Impianti Sportivi del CONI- di cui è stato anche vicepresidente dal 1966 al 1980.

Ormai è divenuto cittadino di Sabaudia, città che ha amato subito appena conosciuta nel 1950, dove prima era solito trascorrere solo i week-end e ora passa gran parte del suo tempo. Nel suo palmares di architetto, Clerici vanta numerosi progetti di impianti sportivi, piscine, edifici multifunzionali, palestre coperte in varie località italiane, stadi e centri sportivi universitari polivalenti.

Maurizio Clerici è l’architetto dello sport più famoso al mondo. Sono opera sua anche: il centro sportivo e ricreativo di Riad (Arabia Saudita); il velodromo olimpico e poligoni di tiro di Teheran (Iran); lo stadio di Iloriu in Nigeria (50.000 posti); la Città olimpica realizzata in Tunisia per ospitare i Giochi del Mediterraneo. Torniamo alla Grande Olimpiade di Roma del 1960. Maurizio Clerici, giovane architetto e già olimpionico di canottaggio a Melburne quattro anni prima, si presentò alle porte del CONI chiedendo lavoro, ma senza esito. Sentendo parlare l’architetto Maurizio Clerici si vieni avvolti dall’entusiasmo di quei giorni, dall’amore verso l’impegno preso nel realizzare gli impianti sportivi che avrebbero ospitato le Olimpiadi, allora, ancora c’era il rispetto e la gioia di rappresentare la Bandiera, bisognava fare bene per la Patria per gli italiani.…

Maurizio Clerici è come lui stesso si definisce: “L’ultimo sopravvissuto dell’equipe di architetti che lavorarono agli impianti e le infrastrutture olimpiche di Roma”. Appena laureato, collaborò con progettisti e ingegneri del calibro di Pier Luigi Nervi, Annibale Vitellozzi ed Enrico Del Debbio, e all’interno del Cor (Costruzioni Olimpiche Roma) organismo che si occupò delle costruzioni olimpiche dove venne chiamato a dirigere l’ufficio progetti nel 1958. Fu responsabile degli impianti cosiddetti “minori”: l’Esedre dell’Eur, i campi sportivi dell’Acqua Acetosa, il campo di Atletica, prima sede dell’As Lazio a Tor di Quinto.

La prima cosa che mi viene spontanea domandare al grande Clerici, persona di straordinaria umiltà e onestà, è come definirebbe il lavoro di cinquant’anni fa? “Oggi più che mai si pensa con consapevolezza a quanto le Olimpiadi del 1960 siano state un gioiello di precisione tecnico-amministrativa, – ancora mi vengono i brividi quando ricordo il duro lavoro di quegli anni, giornate senza orari, ritmi serrati, scadenze improrogabili e personale ridotto all’osso. Nel mio ufficio eravamo solo in quattordici tra architetti, ingegneri, geometri e segretarie, con un’unica vecchia Fiat in condivisione. Se pensiamo che per le Olimpiadi di Monaco furono impiegate 300 persone, di cui almeno 100 nel settore tecnico, ci si rende conto dell’esiguità del nostro numero”.

Quanto fu destinato e speso a lavori terminati per gli impianti olimpici?Il budget complessivo affidato al Cor era molto stretto e fu governato con una precisione che definirei maniacale. Ogni struttura aveva una dotazione economica nella quale si doveva rigorosamente rientrare e nel settore dei piccoli impianti eravamo chiamati, oltre che alla redazione del progetto, anche al capitolato d’appalto, alla direzione dei lavori e alla vigilanza sui collaudi e non ci fu nessuna integrazione di badget. Personalmente, mi capitò persino di dover gestire direttamente l’impianto di Castelgandolfo per tutta la durata delle gare di canottaggio e canoa. Per l’acquisizione dei terreni su cui costruire si stabilì che essi dovevano essere inderogabilmente pubblici, da cedersi, come spesso accadde, al prezzo simbolico di una lira. Questo per evitare qualsiasi polemica legata ad acquisti di aree private. Posso garantire che le offerte di vendita furono molte”.

Lei mi dice che non sono state richieste ulteriori somme oltre quelle destinate, come ci siete riusciti, non ci sono stati problemi tecnici? Quanto ai problemi tecnici i più importanti si ebbero per la ginnastica alle Terme di Caracalla. Qui la soprintendenza ai Beni Archeologici ci aveva vietato di toccare le vecchie strutture e questo ci obbligò a ideare una soluzione indipendente dalle opere murarie, di non facile realizzazione. Stessa cosa accadde per il Lago di Albano che aveva vincoli paesistici e archeologici. Ma la comprensione e la competenza tecnica dell’allora soprintendente ai beni ambientali Ceschi, ci permise di trovare una soluzione nei tempi stabiliti. A lui penso spesso quando oggi mi imbatto negli “insormontabili” problemi posti dalle strutture che si occupano di tutela ambientale”.

Se le chiedessi di raccontarmi qualche episodio inedito? Nessun problema! Per esempio, il Palazzetto dello Sport dell’Eur è stato progettato dall’architetto Vitalotti, che essendo dipendente del CONI non poté firmare, ma essendo un validissimo progetto venne accettato e prese la proprietà dello stesso Nervi come libero professionista e i lavori furono affidati alla ditta Bartoli, che presentò un conto di 375 milioni e terminò in un anno. Tanti anni dopo lo stesso Vitalotti, intraprese una causa all’estero per riappropriarsi della proprietà del progetto, causa che vinse, ma non fu riconosciuta in Italia. Quindi è importante sottolineare che Annibale Vitellozzi fu il PROGETTISTA del palazzetto dello sport, il Proff. Nervi, intervenne in un secondo tempo, come calcolatore delle strutture, ma quello che più conta fu il realizzatore dell’impianto attraverso l’impresa “Nervi e Bartoli”.

Architetto, vorrei ora passare al suo trascorso sportivo, è cambiato lo spirito degli atleti che partecipano alle olimpiadi?Assolutamente si! Il mio compagno di voga era un ferroviere e, confesso, a volte scappava dal luogo di lavoro per allenarsi, il tutto per arrivare a indossare la maglia azzurra. Quando veniva suonato l’Inno nazionale noi tutti, nessun escluso, avevamo le lacrime agli occhi. Ora questo attaccamento alla maglia, alla bandiera, è cambiato, viene vissuto in modo diverso, anche se vedere sventolare sul pennone più alto la Bandiera Italiana dà sempre i brividi”.

In Clerici, l’architetto e lo sportivo, il professionista e l’uomo dai saldi principi si fondono in armoniosa sintesi. Una figura d’altri tempi, forse, ma con un forte messaggio morale per i giorni nostri.

di Armida Tondo

 

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