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Cina: condannati 3 gestori di siti in lingua Uighur

By   /   31 Luglio 2010  /   Commenti disabilitati su Cina: condannati 3 gestori di siti in lingua Uighur

L’onda lunga dei giorni delle violenze in Xinjiang non si ferma. Tre uomini, accusati di “attentare alla sicurezza dello stato” per aver continuato a mantenere il loro sito in lingua Uighur, sono stati condannati dai 3 ai 10 anni di prigione. In particolare, Nureli è stato condannato a 3 anni, Dilshat Perhat a 5 anni e Nijat Azat a 10 anni.

La sentenza, dopo il processo durato un giorno, è la dimostrazione della politica del pugno di ferro che Pechino intende applicare nei confronti di ogni forma di dissenso che possa mettere in discussione le regole cinesi in Xinjiang.

Quest’ultima è la regione, conosciuta come Turkestan orientale, situata nella parte occidentale della Cina dove la scorsa estate, nella capitale Urumqi, c’è stata una rivolta etnica che ha provocato la morte di oltre 200 persone, molte delle quali di etnia Han. Sono proprio i difficili rapporti con l’etnia maggioritaria Han che hanno riacceso i risentimenti nazionalisti degli Uighur.

Gli Uighur sono Musulmani di lingua Turca che contano circa 9 milioni di persone in Xinjiang, una vasta e irrequieta regione desertica, ma ricca di petrolio, della Cina occidentale. Molti Uighur soffrono le regole degli Han e le forze di sicurezza Cinesi hanno provato, sin dagli anni ’90, a mantenere sotto controllo la regione. Da quando è scoppiata la rivolta, poi, la polizia ha intensificato ancora di più la sorveglianza.

Nelle mire della polizia sono caduti i social network poiché svolgono un ruolo fondamentale tra i giovani che si incontrano in rete per discutere di tutto, della realtà sociale che vivono e delle loro difficoltà. E’ alla rete che i giovani affidano i loro messaggi di protesta. In occasione della citata rivolta, la rete è ha infatti svolto il ruolo fondamentale di passaparola.

Nei giorni e nelle settimane che seguirono le violenze di Xinjiang, migliaia di persone furono imprigionate ed almeno 25 condannate a morte, tra cui anche alcuni che non avevano svolto alcun ruolo attivo. I siti Internet di Facebook e Twitter furono oscurati e, dopo un blackout durato 10 mesi, la rete è ritornata disponibile solo in marzo.

Il capo di accusa si basa sul fatto che i tre imputati, in quanto responsabili del sito, avrebbero dovuto immediatamente oscurare la discussione che si era aperta sul sito, relativa alle difficoltà della vita in Xinjiang, e per aver pubblicato i messaggi di posta elettronica che annunciavano la protesta che la scorsa estate sfociò nelle violenze.

Anche se il governo ha creato un ufficio apposta di censori, per controllare e filtrare quello che viene pubblicato sui siti internet, alla fine, la responsabilità di rimuovere i contenuti politicamente sensibili è dei gestori del sito.

Venerdì scorso, inoltre, il governo ha condannato a 15 anni il giornalista di etnia Uighur, Gheyret Niyaz, anche lui accusato anche di mettere in pericolo la sicurezza dello stato, per aver pubblicato sul suo sito web un’intervista rilasciata da una rivista di Hong Kong

Dilxat Raxit, un portavoce dell’Uighur World Congress, con sede in Svezia, riferisce che la sua organizzazione è a conoscenza di almeno 76 persone detenute per attività collegate a Internet e tenute in isolamento. Secondo loro, la campagna contro l’uso di Internet ha lo scopo di prevenire che notizie negative o critiche nei confronti del governo possano essere divulgate sia all’estero e sia tra gli Uighur, alcuni dei quali, peraltro, non sono in grado di leggere e scrivere in cinese. Di conseguenza, la chiusura dei siti in lingua Uighur non consente alla minoranza etnica di conoscere quello che succede intorno a loro, come ha confermato Ilham Tohti, un accademico Uighur in Pechino, il cui sito web è stato chiuso per circa un anno.

di Vito Di Ventura

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