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Le voci dello sport: Nicola Roggero

By   /   28 luglio 2010  /   Commenti disabilitati

Nicola Roggero è il protagonista della terza puntata della nostra rubrica “le voci dello sport”. Giornalista e scrittore – ha all’attivo due romanzi – Roggero è uno dei principali telecronisti di Sky. Reduce dall’esperienza mondiale è pronto, nella stagione che va a cominciare, a rituffarsi nell’affascinante mondo della Premier League. Nicola è anche un grande appassionato di atletica e football americano. In occasione delle olimpiadi di Vancouver, insieme a Vanzini e Thomas Grandi, ha commentato la cerimonia inaugurale.

Qual’è lo sport o la gara a cui hai assistito e che più ti ha trasmesso emozioni nel corso della carriera?

A livello di emozioni credo che l’atletica leggera abbia qualcosa in più rispetto alle altre discipline, in particolare le prove di mezzofondo. Dovessi indicare una gara in assoluto direi il successo di Baldini nella maratona olimpica di Atene 2004: un successo leggendario, nella patria dei Giochi.

Anarchico e testabalorda e L’importante è perdere sono i titoli dei tuoi libri. Storie di sport ma anche di atleti non convenzionali. Ci parli di questi due romanzi e di cosa ti ha spinto a scriverli.

I titoli, in entrambe i casi, dicono già tutto. Racconto storie di atleti non convenzionali, cercando di toccare soprattutto l’aspetto umano, piuttosto che i risultati sportivi. Spesso nello sport le due cose coincidono: difficile che dietro a un campione non ci sia anche un grande uomo. Così basta guardare dentro il secondo e spesso si trova anche il primo. Scriverli (e descriverli) non è complicato ma stimolante.

Molti dei tuoi colleghi hanno aiutato personaggi dello sport a scrivere la propria biografia. Hai mai pensato di provare anche tu questa esperienza? Nel caso di chi vorresti scriverla?

Non ho mai provato questa esperienza. Dovessi scegliere mi piacerebbe scrivere dell’ottocentista britannico Steve Ovett. In Italia invece sceglierei Eddy Ottoz.

La tua voce ormai viene associata al calcio italiano ed estero, soprattutto alla Premier. Come nasce la passione per il calcio inglese?

È nata da bambino, guardando quella scuola di cultura sportiva che è la televisione della Svizzera italiana. È lì che ho sentito le telecronache del mitico Giuseppe Albertini nelle finali di Fa Cup.

Qual è la prima gara di calcio inglese che hai visto e che ti ricordi?

Leeds-Sunderland, finale di coppa d’Inghilterra nel 1973. Il piccolo Sunderland, allora in seconda divisione, battè il fortissimo Leeds 1-0. Magie del torneo.

Se dovessi definire con tre aggettivi il calcio inglese…

Affascinante, leale, carico di storia (scusa se non sono tutti aggettivi).

Il calciatore che in questi anni più ti ha entusiasmato?

Ne dico due: il gallese Ryan Giggs e Zinedine Zidane.

Capitolo stadi. Si parla molto del modello inglese, della bellezza e sicurezza degli impianti. Tu che li frequenti che impatto hai quando entra in questi impianti? In cosa differisce l’atmosfera che vi si respira rispetto a quella degli stadi italiani?

In Inghilterra non ci sono gli ultras, quindi la gente per bene può assistere senza problemi alla partita. Ognuno al suo posto, con il (giusto) entusiasmo. Il pubblico inoltre ha un rispetto assoluto verso l’evento sportivo. E poi ogni stadio ha una storia, è una sorta di monumento sportivo, carico di tradizione.

Che idea ti sei fatto dei fallimenti di Italia e Inghilterra ai mondiali sudafricani? Due nazionali partite con grandi aspettative che hanno dovuto registrare un fallimento difficile da digerire.

L’Inghilterra paga sempre stagioni stressanti per i propri giocatori (nessuno gioca tante partite e a tali ritmi come gli elementi della Premier). L’Italia invece sconta l’incapacità di investire nei vivai e di lanciare i giovani in prima squadra. Meglio l’uovo oggi che la gallina domani: con il risultato di trovarsi senza né l’uno né l’altro.

di Luca Paradiso

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