18
May , 2012
Friday
 

Il Presidente Afghano, Hamid Karzai, ha chiuso la conferenza internazionale di Kabul, che si è tenuta lo scorso 20 luglio, con un messaggio augurale agli Afgani e, implicitamente, alla comunità internazionale: entro il 2014 gli Afghani dovranno essere in grado di provvedere alla sicurezza del proprio Paese.

Questo significa che entro quella data le truppe straniere potranno abbandonare definitivamente l’Afghanistan poiché il Paese sarà in grado di camminare con le proprie gambe. Questa decisione è stata sposata in pieno dalla Gran Bretagna che ha, infatti, pianificato il ritiro completo delle sue truppe entro quella data. Come è noto, invece, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva, nella sua cosiddetta nuova strategia, avanzato l’ipotesi di cominciare il ritiro entro il 2011. Adesso, in pratica, Karzai chiede il differimento al 2014.  

Un altro aspetto molto importante è che il 50% degli aiuti internazionali saranno gestiti direttamente dal governo Afghano e non attraverso le Organizzazioni Non Governative (NGO) e Governative presenti sul territorio. Precedentemente era il  20%.

Questi, quindi, sono i due principali aspetti che la conferenza, peraltro passata quasi in silenzio, ha prodotto: la sicurezza dell’Afghanistan agli Afghani e maggiore flusso di soldi controllato dal governo Afghano.

Alcune considerazioni su questi due aspetti.

Primo, la sicurezza. Gli Afghani non sono oggi in grado di gestire la sicurezza in proprio, sia in termini di forze di polizia sia di forze armate. Occorre ancora lavorare molto per addestrarli e per far assimilare loro i concetti delle regole democratiche. Peraltro, in termini di scolarizzazione, attualmente, solo il 15% delle reclute sa leggere e scrivere, il che significa che la maggior parte del personale va prima istruita, affinché sia in grado di capire i manuali d’istruzione delle armi o i regolamenti.

Se diamo poi un’occhiata alla composizione dell’Esercito Afghano, ci accorgiamo che circa il 43% è di provenienza etnica Pashtun, il 32% Tajik, il 12% Hazara e il 10% di Uzbeki, il resto appartiene a gruppi etnici minori. Queste percentuali riflettono la composizione della popolazione civile, anche se non è mai stata ufficialmente censita.

Ciò vuol dire che l’Afghano possiede un forte senso di “appartenenza” e devozione al proprio gruppo etnico o clan, si sente “cittadino” di una Nazione, l’Afghanistan, ma non dello Stato Afghano, cioè crede poco nelle Istituzioni governative. Se a questo si aggiunge la provenienza geografica e quindi le difficoltà dovute alle tradizioni e ai costumi regionali, la segmentazione diventa ancora maggiore e l’interazione problematica.

Ciò, in campo militare, assume un valore penalizzante in quanto l’amalgama rende il gruppo coeso, gli infonde il senso del cameratismo e lo spirito di corpo o di appartenenza. Sentimenti che sono alla base delle unità. Occorre quindi un cambiamento di mentalità che può avvenire solo con un cambio generazionale.

Se spostiamo il punto di vista alla popolazione, le cose non cambiano, anzi peggiorano. Nessuno degli obiettivi promessi da Karzai (sicurezza, salute, istruzione) è stato raggiunto. Da nove anni centinaia di miliardi sono affluiti Afghanistan, ma cosa è veramente cambiato per la popolazione? Dove sono finiti i soldi? Nel 2005 Karzai aveva promesso che entro il 2008 le cose sarebbero migliorate, poi nel 2011, e adesso nel 2014. La gente continua a vivere ancora in condizioni misere e non sa cosa fare. Si deve difendere dai Talebani e dalle truppe della coalizione. Molte persone che lavoravano per le organizzazioni internazionali sono state uccise o minacciate di morte dai Talebani, con messaggi e lettere recapitare di notte e l’annuncio di una imminente operazione in Kandahar aumenta le preoccupazioni.

Secondo, il flusso degli aiuti economici. Per conquistare la fiducia dei cittadini, occorre per prima cosa combattere la corruzione. Difficile da debellare. La corruzione, infatti, non è solo nel governo centrale, ma soprattutto ai vari livelli, nei villaggi sperduti, poco controllati e controllabili dall’autorità centrale, nelle mani di potenti capi clan, dove fiorisce la coltivazione del papavero e il commercio dell’oppio è la fonte principale di sostentamento. Si tratta, quindi, di creare solidi ponti tra la popolazione civile e le forze istituzionali Afghane. Occorre rendere tangibile l’opera di trasformazione e di democratizzazione, attraverso nuove infrastrutture (case, scuole, asili, strade, etc.) e, principalmente, una diffusa legalità e giustizia sociale.  

Per far ciò, occorrerebbe che i quadri e i dirigenti Afghani fossero in grado di applicare le procedure ed effettuare i controlli. Tutto ciò manca, tanto è vero che alcuni ministeri non sono riusciti nemmeno a spendere la metà del budget assegnato annualmente. Mancano, in parole povere, come si dice in gergo gli “uomini giusti al posto giusto”, ai vari livelli, affinché quello programmato venga implementato sul terreno. I soldi da soli non bastano, anzi la preoccupazione è che maggiore è la disponibilità, maggiore sarà la corruttibilità.

di Vito Di Ventura

(luglio - 24 - 2010)

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