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Mediterraneo pattumiera marina

By   /   11 luglio 2010  /   Commenti disabilitati

Il ricorrente spettacolo sulle spiagge estive: un sacchetto di plastica che ondeggia avanti e indietro sulla riva lambito dalla risacca, sfiora le gambe di un bagnante, si muove leggermente e ricomincia il suo dondolio poco più in là.

Una mareggiata lo sposterà altrove, dove scene simili si ripeteranno all’infinito, o quasi.
Questo sacchetto proverà a sparire dalla natura in più di 400 anni, a meno che un volenteroso non la tolga dal mare, lo metta in un cestino per avviarlo a sepoltura in discarica o a un più nobile processo di riciclo.

La plastica costituisce la maggior parte dei rifiuti solidi che finiscono in mare, il 60-70% del totale nel Mediterraneo o di più secondo alcune stime. Ciò che colpisce è quanto poco si sappia o si voglia sapere del problema.

Non si hanno ad oggi dati precisi sulla quantità di rifiuti che finiscono in acqua e sulle spiagge. Le stime sono imprecise, fatte su piccoli tratti di mare. Ma le rare osservazioni e gli studi specifici lasciano di stucco.

Notizie della Algalita research foundation, un’organizzazione californiana, circa la presenza di un’enorme chiazza di rifiuti di plastica, grande come il Texas (più di due volte l’Italia), che si estende nell’oceano Pacifico tra le isole Hawaii e la costa californiana.

Il volume complessivo di rifiuti, secondo Charles Moore, esperto della fondazione, è sei volte la quantità di plancton che vive nello stesso tratto di mare.

Qui si trovano ancora i resti di un carico di scarpe finito in mare nel 1990. Secondo le analisi di oceanografi della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) i rifiuti, per il vortice formato dalle correnti, potrebbero rimanere concentrati lì per oltre 16 anni.

Anche a casa nostra «nello Ionio, a sud della Sicilia, c’è un vortice in cui finiscono intrappolati i rifiuti marini. I dati da satellite evidenziano vortici simili in altre parti degli oceani».

Si ricorda come nel 1992, durante una tempesta, è scivolato in mare da un mercantile in viaggio dalla Cina agli Usa un container con 30 mila giocattolini di plastica. Anatroccoli e tartarughe che hanno fatto il giro del mondo, sono rimasti intrappolati nei ghiacci artici e sono per la maggior parte ancora in circolazione negli oceani. Gli esperti di oceanografia ne seguono gli spostamenti per studiare il giro delle correnti marine.

Circa trent’anni fa, la plastica era considerata solo brutta da vedere.

Il mare, si pensava, poteva accogliere qualunque spazzatura. «Negli anni Ottanta ci si è resi conto che così non è. Sono entrate in vigore le convenzioni internazionali che regolano lo scarico di rifiuti in mare, come il Marpol (Protocol to the International Convention for the Prevention of Pollution from Ships, Annex V).

Lo scarico al largo si è ridotto solo in parte, la plastica continua ad arrivare dalla terraferma». E le navi scaricano in mare ogni anno 6,5 milioni di tonnellate di plastica.

Man mano che sono cambiati i consumi, è cambiata anche la tipologia di ciò che finisce in mare. Mentre la percentuale di buste di plastica tirate a bordo dai ricercatori dell’Istituto di scienze marine costiere del Cnr a Mazara del Vallo nelle campagne di osservazione è passata dal 34,5% al 17,3% nel corso di dieci anni le bottiglie di plastica sono passate dal 3% al 15%. Improbabile che sia diminuita la plastica che finisce in mare. «Più verosimilmente, una mareggiata ha portato i rifiuti sulla spiaggia».

In acqua si trovano reti da pesca, mozziconi di sigaretta, pezzi di corda, bottiglie, buste, cannucce, polistirolo. I rifiuti di plastica arrivano perfino in Antartide. «Quello dei rifiuti in mare non è solo un problema estetico ma anche un danno per la biodiversità».

«I rifiuti di plastica uccidono fino a 1 milione di uccelli marini, 100 mila mammiferi marini e una quantità immensa di pesci ogni anno».

Tartarughe, tonni e cetacei confondono i sacchetti con una loro fonte di cibo, le meduse, e ne rimangono soffocati. Oppure i detriti intasano lo stomaco e l’intestino degli animali, che non riescono più a nutrirsi. Secondo uno studio, almeno 267 specie in tutto il mondo, tra cui l’86% delle tartarughe marine, il 44% degli uccelli e il 43% dei mammiferi marini, sono danneggiate da questi rifiuti.

Un problema emergente è quello della plastica che non si vede. «Dov’è tutta la plastica?».

Richard Thompson, ricercatore di ecologia marina dell’Università di Plymouth, ha raccolto sedimenti sulle spiagge e nell’acqua bassa di una ventina di località in Gran Bretagna. Li ha analizzati e ha scoperto che un terzo circa era composto da polimeri sintetici.
«La plastica non si limita a deturpare le spiagge ma va a costituire le spiagge stesse».
Anche se non è biodegradabile, l’azione continua del vento e delle onde è in grado di sminuzzare gli oggetti in frammenti sempre più minuscoli. Anche in alto mare, i frammenti microscopici sono oggi tre volte di più che negli anni Sessanta. «Vermi di mare, conchiglie, molluschi li ingeriscono che a sua volta sono il cibo dei pesci, che a loro volta sono il nostro cibo.

«Non ci sono ancora dati per affermarlo ma nemmeno per smentirlo che le ma le sostanze tossiche della plastica ci potrebbero ritornare indietro attraverso la catena alimentare».

Altro aspetto curioso e preoccupante è quello in cui a bordo di detriti di plastica grandi e piccoli, varie specie di organismi lasciano i territori natii e si spingono in terre inesplorate: piccolissimi crostacei tipici delle aree tropicali sono arrivati fino alle isole Shetland, probabilmente spostandosi sui rifiuti marini.

Andando a fare un analisi dei prodotti inquinanti che entrano in particolare nel mar Mediterraneo i risultati sono preoccupanti : quattro milioni di tonnellate di petrolio, un milione di azoto, trecentomila di fosforo e ancora, sessantamila di detergenti, ventimila di zinco, quattromila di piombo sono solo alcuni tra gli elementi più pericolosi che non vengono fermati da impianti di trattamento delle acque di scarico. Sebbene esistano i metodi per limitare questo grave stato di cose.

In sintesi i problemi più gravi sono : Petrolio . E noto che il rischio di incidenti che possono causare riversamenti di petrolio nel Mar Mediterraneo e’ notevole, a testimonianza l’attuale disastro ecologico causato dalla marea di petrolio disperso nel Golfo del Messico dopo che la piattaforma petrolifera Deepwater Horizon è affondata. Reflui urbani . I governi e l’ opinione pubblica stanno prendendo coscienza della necessità di processi di trattamento delle acque urbane. La percentuale di popolazione i cui scarichi finiscono in un impianto di depurazione e’ del 37% in Spagna, del 50% in Francia, del 45% in Italia e di quantità assai inferiori nel Sud dell’ Europa e nel Nord Africa. A questi tipi di rifiuti, che tra l’ altro possono portare batteri patogeni all’ interno di alimenti di origine marina come i mitili, si aggiungono i metalli tossici. E per questo che la ricerca deve essere orientata verso la sostituzione, quando possibile, dei metalli con composti a minore potenziale inquinante. Per le acque reflue di origine urbana invece, le tecnologie di trattamento hanno raggiunto una tale affidabilità , facilità d’ uso e bassi costi nell’ eliminare il primo 80% degli inquinanti presenti in un litro d’ acqua, che i ricercatori raccomandano di introdurre al più presto su una più ampia scala tali processi, anziché investire, come a volte succede, in pochi sofisticati impianti che purificano completamente le acque di singole località . Agricoltura . L’ immissione di elementi nutritivi provenienti dall’ agricoltura e da altre attività antropiche continua a non rispettare i rapporti naturali a cui sono estremamente sensibili il fitoplancton e le alghe con la conseguente eutrofizzazione. E stato calcolato che la quantità di azoto, fosforo e potassio utilizzato per fertilizzare i terreni va dagli 87 chilogrammi per ettaro all’ anno in Spagna ai 146 in Italia ai 278 in Grecia, di cui una grande quantità non viene utilizzata dalle culture, ma finisce nelle acque di falda o nei fiumi per arrivare prima o poi in mare. Se non verranno adottate misure efficienti, non solo il mare Adriatico, ma l’ intero Mediterraneo Occidentale, in trenta quaranta anni, raggiungeranno le condizioni di anossia del mar Nero. In questo quadro risulta interessante, anche se molto costosa, la proposta di alcuni ricercatori di utilizzare le alghe per scopi precisi, come già fatto in altri Paesi europei, quali l’ uso delle alghe stesse come cibo per animali o come sostanza per produrre metano o, con opportuni trattamenti, come fertilizzante. Plastica.

Un ultimo problema riguarda l’inquinamento marino dovuto alle plastiche. I rifiuti plastici costituiscono circa il 7% in peso di tutti i rifiuti solidi urbano e ben il 20% in volume. La maggior parte delle plastiche resistono all’ effetto della luce, dell’ ambiente e all’ attacco microbico, ma in generale i pesci e gli uccelli marini evitano di ingerire frammenti di plastica e, quando ciò avviene, il materiale ingerito e’ rapidamente escreto. Tuttavia e’ difficile dire esattamente quale sia l’ effetto dei detriti di plastica sulla fauna marina. L’ apporto di plastica in mare e’ legato al turismo. Negli ultimi vent’ anni il turismo nei Paesi mediterranei e’ aumentato di dieci volte. Per evitare tale tipo di inquinamento si dovranno incentivare i processi di recupero, riciclo o incenerimento delle plastiche stesse.

Da tale analisi emerge che il Mediterraneo rischia di diventare un’immensa pattumiera marina. E’ la desolante fotografia fatta dal primo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) dal titolo ‘Rifiuti marini: una sfida globale’ che traccia lo stato di salute dei 12 maggiori mari nel mondo.

Dal rapporto dell’UNEP emerge un aumento considerevole dell’immondizia custodita nelle acque della terra e in particolare nel Mediterraneo che minaccia costantemente la salute della popolazioni costiere ma soprattutto della fauna marina. In cima alla classifica – stilata dall’Unep – dei rifiuti che inquinano il Mediterraneo e che si riversano sulle nostre spiagge sono i mozziconi di sigari e le sigarette rappresentano il 37% della spazzatura raccolta. Cifra che supera il 40% se  plastica sommiamo anche il 3,8% costituito dagli involucri di tabacco. A seguire ci sono bottiglie di plastica (9,8%), sacchetti plastica (8,5%), lattine (7,6%), coperchi (7,3%), bottiglie di vetro (5,8%), piatti, bicchieri, e posate di plastica usate per i pic nic sulla spiaggia (3,8%), confezioni per il cibo (2,5%), cannucce (2,1%) ed infine rifiuti di altra natura (1,9%). Circa il 52% dei rifiuti citati in questa classifica derivano da attività ricreative e costiere e vengono principalmente prodotti d’estate quando l’impatto del turismo sulle mete più gettonate del bacino Mediterraneo raddoppia la popolazione.

“I rifiuti marini sono sintomatici di un malessere globale” che potrà essere almeno essere ridotto puntando tutto sul riciclo dei materiali inquinanti. “Alcuni rifiuti, come la pellicola monouso delle buste di plastica, che soffoca la vita marina, andrebbero banditi o eliminati rapidamente ovunque”. Ed infatti a livello mondiale è proprio la plastica a rappresentare il nemico principale dei mari, dato che la sua produzione si stima in 225 milioni di tonnellate all’anno, anche se una cicca di sigaretta inquina più di una bottiglia di plastica, vista la nocività delle sostanze contenute nell’apparentemente innocuo mozzicone di sigaretta.

Pare che le “buone” abitudini dei fumatori, che oltre a danneggiare se stessi provocano danni irreversibili sugli altri e sull’ ambiente, abbiano risolto il problema della differenziata sui mozziconi individuando nel Mar Mediterraneo una grande discarica. Infatti tra i rifiuti tossici ripescati nel Mare, il 40% sono le chicche di sigaretta, le bottiglie di plastica invece sono il 9,5%, le lattine d’alluminio il 7,6% ed i sacchetti di plastica l’ 8,5%.

Vediamo quali sono i veleni contenuti nelle sigarette:

  • Nicotina: 324 tonnellate l’anno vengono disperse nell’ambiente, nota per i suoi effetti come insetticida, ma è tossica anche per gli animali acquatici. Ingerire una sola cicca può portare un bambino a gravi problemi respiratori fino alla paralisi.
  • Polonio 210: è un elemento radioattivo e cancerogeno.
  • Composti organici volatili: le cicche gettate via in un anno disperdono 1.800 tonnellate di composti come benzene, formaldeide, acetone e toluene.
  • Gas tossici: i principali sono acido cianidrico e ammoniaca.
  • Catrame e condensato: il primo è un noto cancerogeno e il condensato comprende una grande quantità di composti, come idrocarburi policiclici aromatici, benzopirene e metalli.
  • Acetato di cellulosa: è contenuto nel filtro e non è biodegradabile, può danneggiare l’apparato riproduttivo dei pesci.

Si chiede a questo punto ai fumatori : “se non volete smettere di fumare per la vostra salute, ponetevi almeno la domanda di dove va a finire e soprattutto chi e che cosa va a colpire quel concentrato di veleni di cui vi liberate con tanta scelleratezza e fantasia evitate di uccidere i il futuro del mare e dei Vostri Figli”.

Mentre alle Istituzioni e a Chi gestisce le scelte in materia ambientale, si consiglia di attivarsi per evitare l’immissione in mare di prodotti inquinanti mediante: una corretta gestione degli impianti di depurazione, un maggior impegno sui controlli dei soggetti inquinanti (industrie, navigazione, agricoltura e quant’altro) e un’incentivazione dei sistemi di riciclaggio di alcuni prodotti recuperati quali ad esempio le plastiche, come a proposto l’Azienda svedese della Electrolux lanciando un iniziativa che ha lo scopo di dimostrare che è possibile fare qualcosa per ripulire l’ambiente e ottenere così anche dei vantaggi economici, raccogliendo dalle acque di tutto il mondo i rifiuti di plastica per poi farne delle aspirapolveri.

di Marco Porcelli

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