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Aumentano ogni giorno i morti, militari e civili, in Afghanistan

By   /   11 luglio 2010  /   Commenti disabilitati

Nel leggere le notizie sull’Afghanistan non passa giorno che non ci si trovi di fronte a nuovi sanguinosi scontri e, naturalmente, morti. Nella giornata di ieri altri 6 soldati Americani sono rimasti uccisi in questo Paese martoriato.

Attentati suicidi, “roadside bomb” e incidenti vari, tra cui anche il cosiddetto fuoco amico, sono le principali cause. Dall’inizio delle operazione, nel 2001, i militari morti della Coalizione hanno raggiunto circa le 2.000 unità (1.920 per la precisione), di cui la maggior parte (1.171) sono Americani

Senza tralasciare che i civili subiscono quotidianamente anche molte più perdite. Il coinvolgimento della popolazione in questa guerra ha assunto proporzioni notevoli e questo provoca la naturale reazione della gente che non si sente affatto sicura.

Solo nel primo semestre del 2009, secondo il rapporto della sezione diritti umani della Missione di assistenza dell’Onu in Afghanistan (Unama) ammonterebbero a 1.013 i civili afghani morti a causa dei raid delle forze della coalizione internazionale e degli attentati dei Talebani, facendo registrare un incremento del 24% rispetto allo stesso periodo del 2008. Nel complesso dall’inizio delle operazioni in Afghanistan si pensa che siano morte almeno 7.500 civili.

Un numero estremamente elevato che unito alle morti per povertà e per la scarsissima assistenza sanitaria, già di per sé elevato (si parla di 3.000 morti su 100.000 abitanti – fonte ONU), da un’idea delle condizioni in cui vive la popolazione afghana.

Ieri per le strade di Mazar-i-Sharif si è svolta una importante manifestazione e migliaia di persone si sono riversate per le strade per protestare proprio contro l’incremento di morti civili.

Il nuovo Comandante delle forze NATO e Statunitensi, Gen. David Petraeus, ha precisato che si atterrà alla politica del suo predecessore nello sforzarsi di ridurre le morti civili che comunque resta un punto di continuo scontro tra le forze militari e il governo Afghano.

Quando si scatenerà l’attacco alla città di Kandahar, principale roccaforte Talebana nel sud del Paese, i numeri tristemente saliranno, da una parte e dall’altra. La città conta circa mezzo milione di abitanti ed è a maggioranza Pashtun, la stessa etnia di gran parte dei Talebani.

Le difficoltà in contrate durante l’attacco alla città di Marjah, nel vicino Helmand, a tutt’oggi non superate, saranno elevate all’ennesima potenza. Inoltre, le lotte interne all’amministrazione Obama culminate con il cambio del Comandante delle truppe della Coalizione, i rapporti tra quest’ultimo (Gen. Petraeus) e il governo Karzai, la crescita del malumore interno ai Paesi contribuenti, specialmente negli Stati Uniti, per una guerra che dura da nove anni e la cui fine non appare minimamente all’orizzonte, nonostante le promesse di ritiro delle truppe, il malcontento e la paura della popolazione Afghana posta tra due fuochi e senza un concreto miglioramento delle condizioni di vita, tutto questo non fa che giocare a favore dei Talebani, ad elevarne il morale e convincerli della vittoria finale.

Il morale elevato arma la mano degli attentatori e dei suicidi Talebani che negli ultimi tempi, proprio alla luce delle succitate considerazioni, hanno incremento il numero degli loro interventi e, di conseguenza, il quotidiano stillicidio delle forze militari e della popolazione civile.

Non è possibile ipotizzare la fine di questa guerra. La proposta del Presidente Karzai di recuperare i militanti Talebani attraverso una “riconciliazione nazionale”, con la promessa di un posto di lavoro e di soldi, oltre la cancellazione di tutti i reati, non ha sortito alcun effetto tangibile.

Sarebbe l’unica alternativa pacifica, ma c’è volontà di pace?

di Vito Di Ventura

foto tratta dal sito: www.inviatospeciale.com

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