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Le voci dello sport/ Lucio Rizzica

By   /   4 luglio 2010  /   Commenti disabilitati

di Luca Paradiso

Voce e immagini: connubio ormai insostituibile nello sport moderno. Cosa sarebbe la vittoria del Mundial spagnolo senza quel “Campioni del mondo” ripetuto tre volte da Nando Martellini? Avrebbe sicuramente un fascino diverso.

Prende il via questa nuova rubrica nella quale proveremo a farci raccontare lo sport da chi invece, quotidianamente, ha il compito di raccontarlo ai telespettatori. Loro, i telecronisti, seppur lontani dal campo di gioco, hanno oggi un ruolo fondamentale nell’avvenimento sportivo. Lo raccontano, ce lo fanno vivere, raccontandoci ogni situazione. Una voce amica che ci guida passo passo nel corso della gara.

Lucio Rizzica, giornalista di Sky, durante le ultime Olimpiadi di Vancouver ha seguito e commentato il curling. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Dopo il calcio e i motori in occasione delle Olimpiadi di Vancouver sei diventato la voce del curling. Come ti sei avvicinato a questo sport così “curioso” e poco conosciuto in Italia?

Mi era piaciuto molto già durante le Olimpiadi di Torino. L’avevo trovato divertente e sorprendentemente avvincente. Forse lento, ma semplice da comprendere e da spiegare. Ho creduto di poterlo interpretare secondo le mie corde, con un commento che lo portasse a destinazione nel cuore degli spettatori. Spiegandolo, rendendo il pubblico protagonista, trasformandolo in una seduta di allegria. Puntando sulla spettacolarizzazione dei colpi e su un racconto positivo, disteso, amichevole, lontano dallo stress di una gara motoristica e dalle pressioni calcistiche. Diciamo così: mi sono offerto volontario. Il direttore degli eventi speciali di Sky, Giovanni Bruno, ha sposato la causa e mi ha dato carta bianca più una squadra di colleghi da trascinare al traguardo. Mi sono divertito io, ci siamo divertiti noi, si è divertito il pubblico. E pure gli atleti, con i quali è nato un leale e sincero rapporto di stima e amicizia.

Prima di arrivare in cabina di commento che tipo di preparazione hai fatto? Ti sei cimentato anche direttamente nella ormai celebre sleeping (spazzolamento)?

Mettiamola così… Un paio di sane letture (‘Curling rules’ e ‘Curling for dummies’) acquistate online direttamente dagli Usa. Poi qualche lezione alla Jass di Sesto San Giovanni. Quindi molte chiacchierate con Simone Margheritis e soprattutto filmati. Ho evitato il ghiaccio direttamente ma ho osservato attentamente. Ho cercato di comprendere lo spirito del gioco e individuare i punti sui quali incardinare il racconto. E poi preparazione statistica, storica, tecnica, di strategia…

Cosa ti ha più sorpreso del curling?

Due le cose che davvero mi hanno sorpreso. L’abilità di chi pratica lo sport in carrozzina. Usare il bastone è difficilissimo e la sensibilità è altra rispetto ai normodotati. Poi la grande correttezza e lealtà che il curling trasmette. Non c’è bisogno degli arbitri: grande fair play, pubblico correttissimo, unità di squadra. Si vince insieme e si sbaglia insieme. Abbiamo provato a trasferire questo spirito anche nel nostro team di commento (io, Alberto Pontara, Simone Margheritis, Dino Aliprandi e tutti coloro che hanno lavorato con e per noi) e abbiamo formato “La Squadra”. È stata una grande esperienza umana e professionale.

È uno degli sport definiti minori e come tale nasconde storie ed esperienze poco conosciute ma che meriterebbero di essere raccontate. Durante l’avventura canadese hai avuto modo di conoscerne di particolari? Ce ne parli?

Mah… intanto è difficilissimo a certi livelli che si finisca col mettere a segno otto punti a zero in una sessione di lancio. You tube propone rari esempi di “eight ender” ma non è lecito attenderseli in competizioni di livello superiore… Splendido è l’intervallo a metà partita quando ci si riunisce attorno a piattini di frutta, cereali, succhi di frutta e ci si confronta sulla partita e le tattiche. Faranno storia i pantaloni rubati al golf con i quali si sono presentati i norvegesi e le ruote lenticolari coloratissime degli atleti in carrozzina di alcune nazioni. Ma come dimenticare le ‘bellezze’ che affollano i rink? Erano così tante che ci siamo inventati pure il concorso Miss Curling. Ho detto tutto.

Vancouver è stata per te una parentesi o ha fatto nascere una vera passione?

Per ora una appassionante parentesi. Con gli amici azzurri della nazionale in carrozzina ci siamo rivisti nella ‘celebrazione post-olimpica’ a Sky e a Lugano in un convegno medico-sportivo. Col Jass ci siamo dati appuntamento per la festa di fine stagione e con i ragazzi della Nazionale è prevista una gran cena. Le basi le abbiamo buttate.

Si parla spesso del fatto che gli interessi economici stiano cambiando gli sport, soprattutto i più seguiti. Marketing e pubblicità allontanano l’attenzione dal puro fatto sportivo. Hai rintracciato nel curling uno sport ancora caratterizzato da un forte spirito olimpico?

Se non ci fosse spirito olimpico il ‘povero’ curling non sopravvivrebbe. Molte attrezzature arrivano da Usa, Canada o Scozia. C’è poco da fare… Dopo Torino sono aumentati i praticanti, dopo Vancouver c’è stata una nuova crescita degli appassionati. Alle società costa molto, specie il ghiaccio. A chi prova a praticarlo costa relativamente poco, agli inizi. Molti sacrifici e pochi soldi. Non è bello.

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